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CESARE ANGELINI

CONOSCERE IL PAESE

Testo: Cesare Angelini, Questa mia Bassa (e altre terre),
All’Insegna del Pesce d’Oro, Milano, 1971

Disegni: Natale Mocchi, I giorni di Cesare Angelini ad Albuzzano,
Guardamagna, Varzi, 1992

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 Albuzzano 


Albuzzano; il nome che mi sento addosso come la pelle e che insieme col mio nome e cognome e millesimo completa il mio atto di nascita. Ma la sua oscura geografia va meglio schiarita così: comune di Albuzzano, mandamento di Belgioioso, provincia di Pavia.
Nella Notizia intorno alle cose di Lombardia, il Cattaneo lascia capire che Albuzzano affonda le sue origini nell’età romana della decadenza e prende il nome da Albucius, il colono al quale fu primamente affidato il territorio da disboscare e dissodare, col tacito impegno che la sua plebe salvasse nei secoli fedeltà alla condizione contadina. E il paese, cresciuto in spontaneità su basi parentali, cognatizie e agnatizie, la salvò fino agli ultimi dell’Ottocento, gli anni che io venni al mondo. Fino allora era tutta una ruvida massa contadina: anche il sarto, anche il calzolaio, o il muratore e il tessitore avevano questo come un secondo mestiere per le stagioni stanche dell’anno; quello vero era il contadino.
Anche mio padre era contadino, con la qualifica di camparo e di fattore che, nella considerazione del padrone e della gente, pareva un ruolo di qualche millimetro più su: perché come camparo vigilava i diritti d’acqua della possessione, e come fattore aveva qualche sorveglianza su gli altri badilanti che lavoravano con lui. Mio padre era un bell’uomo; più alto che basso, barba e pizzo biondi, occhi allegri e chiari, fare taciturno, virtù che gli veniva dal vivere in confidenza con l’acqua e con la notte, nel chiaro delle nostre lune lombarde, e il silenzio di quei campi era il silenzio di tutto il creato. Sotto i trenta, aveva sposato mia madre, di famiglia casara o gente che lavorava il latte tra Gerenzago e Inverno: i bosini o bozzini; appunto: Maria Maddalena Bozzini, bella come la Madonna del Carmine onorata in chiesa. Man mano che gli nascevano i figli, mio padre ne scriveva col lapis i nomi e le date sulla pagina interna della Storia sacra: Maria, Giuseppe, Domenico, Carlo, Gina; i miei fratelli, morti. Ma basta che io li nomini per sentirmi ancora in cammino con loro.
I connotati di mio padre ritraevano quelli di mio nonno che in quel di Villanterio sulla vecchia strada di Lodi era stato guardia campestre o incaricato di sorvegliare le acque del comune. Vestito di fustagno, girava in stivali la campagna con in spalla un badile dal manico lungo che, piantato nel mezzo della roggia, gli permetteva di saltare sull’altra riva per arrivare in tempo a sgomberare un incastro dal fango o liberare una rana che strillava nel morso della biscia. Gesti in cui un camparo era un re.
La storia dei poveri non va più in là del nonno; è un albero che porta via poco spazio. Ma se anche ai poveri è lecito parlare di antenati, i miei erano tutti lavoratori che si ruppero la schiena con la vanga e la falce, da un’ave maria all’altra, lungo le cavedagne sortumuose della Bassa.
Come tutti i paesi della Bassa, anche Albuzzano sul finire del secolo soffriva di malaria e di pellagra. L’igiene, per gente che viveva ammucchiata in casottole umide e buie e passava i lunghi inverni al caldo animale delle stalle, era cosa difficile e sconosciuta. In quanto alla pellagra, dipendeva dalla nutrizione scarsa e malsana. Polenta e pan giallo con una rapa e una sleppa di lardo, erano il cibo quotidiano; per vedere il pan bianco o pane di frumento, bisognava ammalarsi. Non dico patire la fame ma, insomma, non cavarsela sempre del tutto, era cosa naturale come patire il freddo quando fa freddo; si era poveri, dunque poteva capitare anche questo.
Garibaldi, Cavour, Vittorio Emanuele non erano ancora arrivati in paese a dare il nome alle strade, e la sua topografia era indicata con nomi di spontanea germinazione locale: il Co’bello, il borgo freddo, lo spiazzòlo, la Croce, il fontanile; il quale era una fontana risorgiva in fondo al paese che, non arginata, formava uno sguazzo, anzi un guado scorrente dietro l’orto prosperoso di zucche e di enormi girasoli.

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 Una via di Albuzzano 

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La mia casa era a due passi dal fontanile dove la mattina andavamo a lavarci la faccia e l’acqua era lo specchio. Una casupola rannicchiata sotto le sberle dei malanni stagionali e che a forza di filtrar stelle dai travoli del soffitto, aveva perso ogni aspetto di abitazione. Ma, fuori dalla finestra! Campagna a perdita d’occhio e tutto il cielo e il vento e l’allegria degli alberi, i buoi e i cavalli e gli uomini che aravano nel sole, come una sola famiglia. Nella memoria e nel sangue del ragazzo, cresciuto all’aria aperta e alla luce, più che il ricordo della dura povertà, è rimasto quello bella natura; e fu la sua salvezza.

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La cascina Pescarona di Albuzzano; nel secondo disegno, a destra del portone, la porta e le finestre della casa natale di Angelini, crollata negli anni ’80.

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La corte; nel secondo disegno, a sinistra dell’ingresso, la casa natale di Angelini.

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Piano terra della casa di Cesare Angelini, con la porta d’accesso per la camera al piano superiore.

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L’economia agricola durava ancora a carattere curtense; la corte o cortile, cintato dal muro, raccoglieva la casa padronale, quelle della servitù, le stalle, la cascina e qualche bottega (falegname, fabbro), e la sera si chiudeva col portone; una difesa inviolabile. Così era il paese: un insieme di cortili quanti erano i fondi rustici; cortili irregolari dove, allineati con le case, erano i porcili e i pollai, risorse di prim’ordine per l’andamento d’una famiglia povera, in tempi che il danaro era sacro e anche poche lirette custodite in un angolo del paglione erano un capitale.
La vita si svolgeva tutta in paese dove le feste religiose avevano una gran parte, e la chiesa ci univa tutti in un comune sentimento di fede. Per le piccole compere, c’era la bottega del “Sale e tabacco e generi diversi”: quel che non c’era in paese, si acquistava dai rivenditori ambulanti, barattando spesso la merce con le uova che valevano mezza lira la dozzina, quando erano care. Venire in città (a parte il ritegno che ci aveva sempre uno di campagna subito notato dai suoi panni contadini) era un avvenimento, una cosa da grandi, che anch’essi ci venivano di rado e per motivi particolari, mettiamo, per trovare la figlia maggiore che era a padrone a 25 centesimi al giorno (più il vitto) o a comprare l’abito da sposa per l’altra che si maritava a primavera. Contavano poi d’essere stati a Pavia come se avessero visto il mondo.
Pochi erano tra gli anziani quelli che sapevano leggere e scrivere, a cominciare dal padrone che spesso sapeva fare solo l’o col bicchiere. Ma a vivere bastava la sapienza di Bertoldo, cosa naturale in ogni campagnolo. Si, i coloni erano i coloni; ma, forse, per certo ordine di pensieri che spontaneamente respiravano tra la terra e il cielo, sospetto che fin d’allora fossero, tolstoianamente, più avanti dei padroni. Pochissimi quelli che andavano agli studi, e questi, secondo l’idea, erano avviati al Seminario o studiavano da maestro; e, in più di un caso, si sono salvati tesori di sensibilità e di intelligenza che diversamente sarebbero andati perduti.
Tutto questo (e l’altro che dirò) aiuta a darci un’idea del paese e della grama vita del contadino della Bassa verso la fine del secolo; che si vedeva meglio in certe stagioni. A novembre, per esempio, sotto San Martino, quando si rompevano o si rinnovavano i contratti di lavoro. In quei giorni, si vedevano uscire da questo e quel cortile uno o due carri dov’erano ammonticchiati i poveri stracci delle famiglie che facevano il trasloco, come le pentole e la madia, il quadro di sant’Antonio e la piccola scorta della meliga; e, seduta in cima, col suo ultimo in braccio, la madre si voltava indietro a guardare il paese che li cacciava via. Quelle case in aria, che andavano sotto un cielo d’acqua verso l’avventura del nuovo posto e del nuovo padrone, rompevano il cuore al ragazzo di sette anni rustico e scontroso che poi aveva il magone per tutto il giorno.
La fedeltà al lascito di Albucio, decisamente pesava.
E avvenne che, dopo la grande guerra, nel generale rimescolamento di genti e di idee, anche il mio paese fu un erompere improvviso di economia industriale che modificò l’economia agricola. Ne seguì l’abbandono della campagna per la città, nell’illusione di una promozione sociale. Anche i buoi e i cavalli scomparvero dai campi invasi dai trattori. I rimasti al paese, svincolatisi dal peso del salariato, trovarono forme di lavoro più libere e dignitose. Con le condizioni economiche migliorate, nacquero nuove e legittime ambizioni: abbellire la casa d’affitto o di proprietà, mandare i figli agli studi in città e le ragazze alla fabbrica. Anche il fontanile fu chiuso, coperto da case e villette operaie. I figli e i nipoti passarono presto nella condizione del benessere, della vita comoda e agiata; e nei loro occhi non troviamo più nessun segno dei nostri stenti e della nostra dura povertà.
Naturalmente anche gli anziani che hanno vissuto queste esperienze, si rallegrano della nuova condizione come di un più giusto e umano modo di vivere. Pur riserbandosi il malinconico piacere di rimpiangere le virtù dei tempi poveri, valori paesani perduti per sempre. 




LA CASA NATALE DI CESARE ANGELINI
NELLE FOTOGRAFIE DI NATALE MOCCHI


La casa natale di Angelini era parte della cascina Pescarona, sita nell’attuale via Roma di Albuzzano. La cascina come la vediamo nelle seguenti fotografie, che risalgono al 1970, oggi non esiste più. La casa di Angelini, crollata negli anni ’80, è stata riedificata, insieme alla ristrutturazione di tutta la cascina, secondo gli aspetti dei nuovi tempi.
Siamo grati al professor Natale Mocchi per avere gentilmente offerto al sito, negli anni ’90, questa preziosa testimonianza in disegni e in fotografie, divenuta dunque documentazione storica.

Natale Mocchi (Pavia 1921 - Pavia 2009), fu medico primario all’Ospedale Maggiore di Lodi.
Ha scritto e disegnato luoghi e atmosfere di Pavia e del Pavese, anche in poesie dialettali; tra le sue pubblicazioni, nel 1992, I giorni di Cesare Angelini ad Albuzzano, Guardamagna Editore, Varzi: racconto, in parole e in disegni, dell’infanzia di Angelini in Albuzzano. È stato legato da sincera amicizia al sacerdote pavese.


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 Vedi le fotografie della cascina Pescarona e d’intorni



ATTO DI NASCITA DI CESARE ANGELINI

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 Vedi l’ atto di nascita di Cesare Angelini 



I GIORNI DI CESARE ANGELINI IN ALBUZZANO

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Vai a Cesare Angelini, “Gennaio” (e altre memorie)



IL FRATELLO CARLO IN ALBUZZANO


Carlo Angelini, fratello di Cesare Angelini, con la moglie Maria Cattaneo ad Albuzzano. Padre di 10 figli, continuò la tradizione contadina della famiglia.



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ALTRE PAGINE DI ANGELINI RIGUARDANTI ALBUZZANO:
DON CESARE PRELINI E MONS. GIOVANNI CAZZANI


Don Cesare Prelini (Pavia 1843 - Albuzzano 1915), storico, è dal 1884 al 1915 Arciprete di Albuzzano (in suo ricordo, l’asilo e una via del paese sono a lui intitolati).
In Albuzzano, vicino alla vocazione sacerdotale del “piccolo” Angelini, ne è il primo maestro.

Mons. Giovanni Cazzani (Samperone — Pavia — 1867 - Cremona 1952), ecclesiastico provveduto di una singolare sensibilità letteraria, vive la sua infanzia in Albuzzano, dove anche in seguito, trasferitosi in Pavia, torna sovente a far visita all’arciprete Prelini, occasione di frequentazione con il “giovane” Angelini. Vice Rettore del Seminario di Pavia, è insegnante d’italiano di Angelini seminarista. Nel 1910 diviene Vescovo di Cesena, e chiama Angelini, appena consacrato sacerdote, presso di sé, il quale, come insegnante di italiano, rimane nel Seminario cesenate fino al 1915 (vedi C. Angelini, “Neve a Cesena”). Dal 1915 Cazzani diviene Vescovo di Cremona, dove rimane fino alla scomparsa, nel 1952.


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Vai agli scritti di Cesare Angelini dedicati
a don Cesare Prelini e mons. Giovanni Cazzani
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DUE LETTERE DI CESARE ANGELINI


22 dicembre ’65


Cara Germana¹,

ai miei tempi, tra la roggia Boffalora e la Speziana², questi giorni di vigilia natalizia fiorivano d’incanti e d’incantesimi: nevi, campane, file di corvi, pioppi che scoppiavano dal freddo... Ma allora si andava tutti a piedi, e c’era tempo di ascoltare le voci di tutte queste cose. Ora, sento dire che tutti — anche nella mia piccola patria — tutti vanno in macchina, e più nessuno ha tempo per vedere l’invisibile, per ascoltare il silenzio, per scoprire gli incanti. Basta. Ritroviamo il cuore di una volta, e il Natale sarà ancora quello di una volta: il Santo Natale.


Auguri a te e ai tuoi.
tuo d. C.


1. Germana Pozzi, pronipote di Cesare Angelini, è nativa di Albuzzano, dove ha abitato fino alla fine degli anni ’60.
2. La Boffalora e la Speziana sono due rogge del paese.


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Natale 1966


Caro Arciprete¹,

venendomi dalla “piccola patria”, i suoi auguri mi svegliano nella memoria i Natali della fanciullezza lontana: pieni di quei volti, di quelle voci, di quelle campane, di quei presepi. E tutto il paese pareva un grande presepio, e le sue strade parevano portarci veramente a Betlemme.
E il ritrovare questi ricordi aiuta a inventare la vita da capo.
Auguri di buon anno, di buon lavoro.



Suo devotiss. d. Cesare Angelini


1. Don Giuseppe Molinari, allora parroco di Albuzzano.

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[da Cesare Angelini, I doni della vita. Lettere 1913-1976, a cura di Angelo Stella e Anna Modena, Rusconi, Milano, 1985]




DAL BREVIARIO DI CESARE ANGELINI


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Note autografe a matita di Cesare Angelini dal suo Breviario, con la grafia faticosa dei suoi ultimi anni, che richiamano le atmosfere del paese natale: «Lavare l’acqua | il mio silenzio è un ascolto | il silenzio di quei campi (paese) era il silenzio di tutto il creato».



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