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CESARE ANGELINI

NEVE A CESENA

In Cesare Angelini, Questa mia Bassa (e altre terre),
All’Insegna del Pesce d’Oro, Milano, 1971

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Cesare Angelini negli anni di Cesena


Le cose portarono che nell’inverno del 1910 io capitassi a Cesena, per viverci cinque anni di seguito. Forse, i più meravigliosi anni della mia vita, per incontri di terre, di uomini; la leggenda della mia giovinezza. Cesena me li ha incantati, e me li rende intatti ogni volta che torno a visitarla.
Ricordo il verde pisello della vettura che, a forza di scossoni e di frustate in un dialetto aspro e ironico, quella prima volta mi portò dalla stazione in città, davanti al palazzo delle Poste, fermata obbligatoria di tutte le vetture. Nel sottoportico s’adunavano diligenze scese da Sarsina, da Bagnacavallo, dalla Romagna toscana; e giungeva col vento un sapore di fieno e di stalla vicina che mi ricordò – non so come – il modo di viaggiare del parroco inglese Lorenzo Sterne, com’egli racconta nel Viaggio sentimentale che il nostro Foscolo, traducendolo, fece suo.
Vorrei poter dire l’impressione di cosa sognante che mi fece la silenziosa cittadina, nel chiarore dei colli nevicati: quasi ai piedi d’un vasto plenilunio, in quell’or di notte.
Ci arrivavo coi miei pochi e poveri ricordi di scuola. La geografia del Comba mi aveva detto: «Cesena, città con portici. Ci passa la via Emilia...». E io ero lì, ben fermo, proprio sulla storica via consolare. Il manuale di storia la celebrava come patria di due papi, Pio VI e Pio VII. E, alzando gli occhi verso il caffè Forti, vedevo la gran statua di Pio VI che dall’alto mi accoglieva benedicendo. E poi Cesena era sempre nel verso di Dante molto femminilmente «quella a qui il Savio bagna il fianco». Sapevo che non lontano, a monte, c’era la chiesa di Polenta, occasione d’una grande ode carducciana dove Cesena è detta «donna di prodi» e, alla valle, c’era San Mauro di Savignano, il paese del Pascoli, il poeta del quale in quegli anni sapevamo ammalarci: la pascolite. Mi pareva che le sorgenti della ispirazione poetica si aprissero lì; e già la fantasia partiva alla scoperta delle terre promesse...

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Cesena sotto la neve agli inizi del ’900

Fotografia da AA.VV., Cesena. Il volto della città, a cura di Biagio Dradi Maraldi e Andrea Emiliani, Cesena, Banca Popolare di Cesena, 1973.

Il giorno dopo cominciai a far conoscenza con la città, se città poteva chiamarsi un abitato di ventimila anime si e no. Nella notte era tornato a nevicare, e Cesena era sepolta sotto un metro di neve che illuminava le facce rugose delle vecchie case e faceva i portici più fondi e più accoglienti. Feci presto a conoscerla: ella stessa mi offriva ben netti i profili strutturali della sua storia e della sua amministrazione: la rocca che la dominava, la cattedrale goticheggiante, la biblioteca malatestiana, e le tre rarità di cui si vanta presso il forastiero: pons, mons, fons; il ponte romano sul Savio, la Madonna del Monte, e la grande fontana cinquecentesca che occupa la piazza maggiore dove, partendo da piazza Boccaquattro, continuavano quelle ultime liturgie popolari che sono i mercati o esposizioni dell’artigianato locale o specialità della terra.

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Cesena agli inizi del ’900

Fotografia da AA.VV., Cesena. Il volto della città, a cura di Biagio Dradi Maraldi e Andrea Emiliani, Cesena, Banca Popolare di Cesena, 1973.

A Milano, a Torino, a Genova, parlare di Cesena par di ricordare qualcosa di arcaico e di arcadico; di provinciale, insomma. E sia. Ma proprio perché antica e piccola città di provincia, Cesena ha una sua araldica nobiltà che non ha la metropoli. La grande città si scioglie e soffoca nella folla delle strade e nella anominia catastale dei suoi palazzi. Cesena, come altre città di provincia che si incontrano nella via della storia (e ne sono il nerbo) si salva attraverso i lati riconoscibili del suo passato umanistico e direi dialettale a cui è rimasta fedele: quel fonte, quel monte, quel ponte, quasi favole paesane trascritte negli archi e nell’aria.

Bel bello, conobbi anche la sua gente, che vive operosa e paziente nel silenzio delle cose che non cambiano. Bella gente, specialmente le donne, sane e schiette e di carni ridenti, da giustificare certi lor nomi leggiadramente prestati dalle ore del tempo e delle stagioni: Alba, Aurora, Azzurina.
Ho già detto che Cesena è d’indole piuttosto borghigiana, città in campagna; e la massa degli abitanti, agricoltori e mezzadri benestanti, gente pratica in fatto d’affari, vivevano lì, tra porta Cervia e porta Fiume, ma ogni giorno se ne andavano in baroccio a visitare i poderi in collina o lungo il Rubicone; e si sa che in Romagna la terra è coltivata in modo intelligente. O erano avvocati o notai o insegnanti di scuole che esercitavano lealmente la professione. O curati solerti e colti, continuando una tradizione di classicismo di cui c’erano indizi perfino nei registri e nelle vacchette delle sagristie. (In una vacchetta di Boccaquattro si poteva trovare ancora la firma di Martin Lutero che, nel suo viaggio a Roma nel 1517, vi si era fermato a celebrare la messa).
Erano gli anni che Cesena, continuando le sue tradizioni un po’ rissose («Romagna non fu mai...») era tutta repubblicana, e nel calendario mazziniano riconosceva i suoi capi spirituali. Si annunciava un timido socialismo con nomi che non riuscivano ad affermarsi; e, quanto ai liberali monarchici, erano un gruppo sparuto cui dava credito la presenza d’un avvocato che il Carducci, convertito al Re e alla Regina, aveva detto «buon cittadino e buon letterato».
Argutissima schiatta sentimentale, i cesenati amano il canto. Dice una filastrocca romagnola: Ravenna per magnè, Cesena per cantè... Bonci, tenore e delizia dei nostri teatri nei decenni a cavallo dei due secoli, era di lì, di Porta Fiume; e io arrivai in tempo a sentirlo nella messa da Requiem del Verdi eseguita al Comunale dove il suo nome aveva chiamata una massa di gente. Custodi delle glorie municipali, avevano fatto dei «saloni» i loro circoli di cultura. E quante cose su Gaspare Finali («partito poveretto e tornato senatore») e sul Pascoli e i tristi casi della sua vita, ho imparato nel «salone» di Domenico Rossi, il mio bravo e buon barbiere. Il quale contava e ricontava d’aver visto due volte il Carducci (e pareva dire la poesia in persona) attraversare la città in carrozza scoperta, diretto alla villa di Lizzano sotto Bertinoro, ospite della contessa Pasolini, per la quale si spettegolava che il vecchio poeta avesse un debole. E una volta che sua moglie gli gettò un mazzo di fiori, ne ebbe un sorriso anche lui; un sorriso da mettere in quadro.

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Renato Serra

Ma il ricordo di Cesena sarebbe meno vivo nella mia memoria, se lì non avessi conosciuto Renato Serra; e fu appunto nell’inverno del ’10, alla Malatestiana, della quale era custode. Nella sala, dov’era entrato a portare il libro a un lettore, Serra mi apparve nella sua alta persona col volto ancora di adolescente, luminoso, esitante. Il suo modo di muoversi e di guardare e parlare era governato da un pudore che più tardi capii essere la sua istintiva e signorile maniera di difendersi. Di lui, scrittore e lettore di poesia, è stato detto quello che non fu detto di nessun altro della sua generazione, e il suo nome vive e opera nel cuore di ogni italiano che appena sa di lettere. Anche per lui è vero quello che il Pancrazi scrisse di Severino Ferrari: «Ogni volta che torna un’occasione di parlare di lui, per una data, per una ristampa, per un discorso, qualcosa dentro di noi si rallegra. È che ci piace l’uomo e il tempo». Quel tempo di una volta...


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  Vedi anche Renato Serra nelle amicizie letterarie di Cesare Angelini.  



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