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CESARE ANGELINI

PANZINI

In Cesare Angelini, Notizie di poeti,
Le Monnier, Firenze, 1942

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Alfredo Panzini con Antonio Baldini
a Canonica di Santarcangelo, 1934

Fotografia da Manuela Ricci, Romagna di Bonincontro,
Maggioli, Rimini, 1994


Della leva di D’Annunzio: 1863. Ma non è mai stato dannunziano, che è già un bel caso. In favore del punto esclamativo, o della commozione confessata. È andato anche lui!
Lascia una trentina di libri, della cui lettura ci ricordiamo come d’un tempo passato a prendere il fresco: novelle, romanzi, diari sentimentali, divagazioni in bicicletta, biografie di donne sventurate, ritratti di capitani, libri di storia, traduzioni dal greco, antologie per scuole, dizionari moderni, grammatiche, saggi sulla poesia maccheronica; sciogliendo tutto in una vena di schietto lirismo con accompagnamento di commento umoristico. Gliene derivano parecchi vantaggi e alcuni guai. A ogni modo, qui son titoli sufficienti per giustificare la nostra riconoscenza, che data dal tempo dei nostri ultimi capelli biondi e dura da trent’anni nell’attenzione dei critici e dei lettori italiani. E questo è tutto Panzini.
Ma in una «notizia» divulgativa si può anche dire qualcosa di più. Che da Senigallia, dove nacque, fu subito portato in una città queta, vicino alla pineta di Cervia, «per l’aere puro» detta Bellaria. La è rimasta la sua fanciullezza, presso la spiaggia, ov’è molto silenzio. Suo primo maestro, un sacerdote purista. Il secondo e il terzo han nomi illustri: l’Acri, che a Bologna gl’insegnò il greco di Platone e d’Esiodo; e il Carducci, che gl’insegnò l’italiano di Dante e Petrarca; e tutti e due influirono su di lui o sulla sua educazione umanistica. Ma Panzini non esordì con nessuna memoria erudita, con nessun ode, né civile né barbara. Avendo il dono di comunicare, si diede alla prosa narrativa, e fu poeta in prosa. Un po’ d’onda e un po’ d’amido sono naturalmente i segni che ne accompagnano le prime cose: il Libro dei morti, romanzo scritto a trent’anni, pubblicato nel ’93; e la Evoluzione di Giosuè Carducci, o difesa del maestro e dei suoi cambiamenti politici, dell’anno dopo.
Temperamento personale, si spogliò presto di ciò che non era suo e non gli conveniva. Spirito vivo, guardò nella vita, nella famiglia e nella scuola, che tanta parte hanno nei suoi racconti; e, nel primo decennio del Novecento, eccolo scrittore senza ombre di modelli né peso di letterari precetti: sciolto da tutto ciò ch’era ufficiale e solenne nello scrivere e nel vivere. Le fiabe della virtù, Piccole storie del mondo grande, e, intorno al ’10, La lanterna di Diogene. È il periodo della sua bella maturità; il tempo d’oro del Panzini, ancora candido e men curante del successo che del valore in sé. È il tempo che ha la fortuna di incontrare critici della finezza d’un Cecchi, d’un Serra, che lo rivelano al pubblico; Serra specialmente, con un lungo saggio tutto inteso a scoprire il segreto della sua arte umanissima. Anche oggi non possiamo rileggere senza commozione quel saggio così romagnolo che par sempre il più giusto, né certe novelle panziniane d’allora: La bicicletta di Nini, Le ostriche di San Damiano, Viole, il cuore del passero, e alcune passeggiate nelle Marche e in Umbria, dov’è un riposo di stile che è dono dei classici. Uno scrivere pieno di sapienza serena, di garbata ironia; una prosa gustosa e saporita, limpida come l’acqua della fonte Bandusia «splendidior vitro», e ugualmente commossa. Sospiri del professore immilanesato alla vecchia casa lontana, alla cara mamma, ai bei mangiarini preparati da lei («vivande condite d’amore»), al letto con lenzuola di bucato e il ramo d’ulivo dell’ultima Pasqua in capo al letto; e la memoria dei morti, sepolti nel cimitero lontano su cui, nei vespri domenicali, arrivano voci di campane, in pace. Toni e accenti comuni ad altri scrittori romagnoli usciti press’a poco insieme dalla scuola del Carducci ma da lui tanto diversi. Talune pagine del Panzini volentieri si mettono vicino alla strofe di Severino o del Pascoli, o a certe divagazioni dell’Albertazzi o del minor Giacinto Ricci-Signorini, per dirle scritte con lo stesso animo o lo stesso profumo di Romagna: benché poi il Panzini sia di tutti il più paesano e il più intimamente oraziano.
La critica di Serra l’aveva rivelato al pubblico; ma anche a sé stesso. Fatta con tanta umana simpatia (c’era di mezzo la Romagna), gli aveva dato la gioia del lavorare, del vivere, senza turbargli la modestia. Da quella contentezza e fiducia nacquero altre pagine: Donne, Madonne e bimbi; e Santippe, «piccolo romanzo tra l’antico e il moderno». Erano gli anni dell’immediato anteguerra, gli anni della Voce fiorentina — anni giovani — e il gruppo Prezzolini-Papini-Soffici-De Robertis l’ebbe caro. Fatta piazza pulita degli anziani, dei novellieri e romanzieri, qualcuno osava dire che in Italia scrittori veramente vivi, artisti puri, ce n’era sei o cinque. Tra i cinque Panzini aveva il suo posto, che pareva il primo. Eppure Panzini era già anziano e novelliere e romanziere. Segno che le sue novelle e romanzi eran diversi dagli altri. Lo erano; casi di vita, divagazioni sentimentali, figure e fatti di viaggio, senza un’architettura coerente, senza un impianto severo: ma appunto interessanti perché, al di là delle forme chiuse, sapeva dirci parole serie, sue, umane verità sull’uomo e la donna, sulla vita e la morte, sulla gioventù e la vecchiaia: su questo nostro mondo così amabile e labile. E poi, quel suo modo di scrivere disuguale e rotto, coincideva col gusto del proprio tempo; gusto di prosa lirica e del frammento.
Il paese e le stagioni, le acque e il cielo, il filari di pioppi e il sole e il grano nominati da lui parevan cose nuove, innocenti. A nominarle, aveva trovato un sentimento antico e parole lievi e ferme. E c’era — ragion vera dell’incanto — che sotto la felicità dell’artista, sempre doleva il cuore dell’uomo, consapevole d’esser nato a nutrirsi di pane e di vino, di olio e di luce, ma, alla fine, destinato a morire. La Voce lo comprese, lo amò come anche dai letterati si sapeva amare allora; e lo valorizzò.
Venne la guerra. Passò.
Molte cose mutarono anche intorno a Panzini. Non ultima, il fervore degli amici. Serra, morto. Papini, convertito. Prezzolini, in America. Soffici, romito a Caiano. De Robertis, professore di ginnasio a Bologna. La Voce sostituita dalla Ronda, intelligente e romana, che utilizzò molti acquisti vociani ma, nel proposito di superare il frammento e la pagina lirica, riportò in primo piano e su tutti i vivi, l’esempio di due grandi: Leopardi e Manzoni. (E Verga). Rallentato il piccolo numero dei migliori, degli amici attenti, Panzini si rivolse al pubblico, al mercato, a cui uno difficilmente si volta senza sacrificare un po’ della sua purezza. Seguirono con rapidità impressionante Novelle d’ambo i sessi (attenti ai titoli); Trionfi di donna; La Madonna di mamà; Il viaggio di un povero letterato; Io cerco moglie; Il mondo è rotondo; La pulzella senza pulcellaggio; e altri romanzi e altri racconti, scritti come li poteva scrivere Panzini: da artista puro e capriccioso e fantastico; e, quella mancanza di severa costruzione che ai tempi della Voce era parsa un merito, ora parve un difetto, un’insufficienza. Ai critici d’un tempo, e di temperamento che vorremmo dire mistico e suggestivo, eran succeduti critici nuovi: Pancrazi, Russo; intelligenti, razionalisti.
Ma il Panzini bisognava accettarlo com’era e dov’era. Ed era nelle cose che diceva, argute e toccanti; era nelle immagini poetiche che traversavan frusciando le sue pagine e nelle vive figure che le animavano, d’uomini e donne; donne specialmente. Era in quei motivi che, fuor d’ogni trama, sono i fili d’oro del lirico-umoristico tessuto panziniano: l’amore della campagna, espresso in una riconoscenza verso la salute lucente della terra, e nel senso vivo dell’acqua e dell’aria, dei solchi bruni e delle spighe d’oro, della bianca primavera: senso che si concreta spesso in ariose aperture, in austere espressioni cosmiche, di sapore schiettamente contadino. E poi l’altro, che è anche più sacro: la pietà per i morti, la religione dei cimiteri. Frequente è in Panzini il richiamo alla morte. Ma non turba. Anzi, aiuta a mettere a posto la coscienza, a porre un accento serio sulla lettura, e nella vita. E poi, quel decoro letterario che in lui è una esigenza prima romagnola che personale: quel sapore di tradizione della poesia intesa come forma bella, vendemmiata sui filari dei classici con una diligenza che è gusto e ricreazione; e, da ultimo, quel suo tono di fiaba un poco arcaica che può far pensare a uno scrittore primitivo. È il secondo periodo del Panzini, culminante nel Padrone sono me, che parve segnare (1922) un rinnovamento nello stile saviamente più squallido, nella prosa più frugale, quasi buon vino che con gli anni si spoglia e si raffina. Ed è forse, anche sotto il riguardo costruttivo, il suo romanzo più unito e compatto; il romanzo di Mingon e della Romagna rossa.
Seguirono altri romanzi e novelle: Il diavolo nella mia libreria, Gelsomino buffone del re, I giorni del sole e del grano, Rose d’ogni mese, La vera istoria dei tre colori, La sventurata Irminda, Decima legio, Il viaggio con la giovane ebrea, Il ritorno di Bertoldo. Dicono che Panzini dal ’22 in poi è andato sempre scadendo, e non appena nella opinione del pubblico... Quella che era la sua forma originale, diventò una formola; la virtù si mutò in bravura, gioco; l’arte in dissipazione giornalistica; l’arguzia in barzelletta. Da anni Panzini faceva del Panzini, naturalmente peggiorandolo.
Andò anche crescendo quella sua particolare inquietudine che, sotto apparenze misogine, era lecito sospettare fin dalle prime cose, e può essere espressa nel titolo significativo d’un suo romanzo: Io cerco moglie. Da troppo tempo Panzini cercava moglie; cioè faceva la figura di uno sempre graffiato dall’unghia d’Eva, di uno sempre alle prese col suo diavolo che non riesce ad addomesticare. Il misogino d’una volta è il pover’uomo degli ultimi tempi; e molte sono le sciocchezzuole che scrisse, suscitando spesso un effetto tra l’ilare e il pietoso.
Ma questo è forse conseguenza di un altro guaio, e maggiore. Al Panzini, artista puro, manca un centro morale, un punto d’appoggio al suo pensiero: che è episodico, non sistematico; è improvvisazione, non persuasione. Panzini accoglie via via una massima di Cristo e un’altra di Epicuro, con lo stesso animo, con lo stesso scetticismo dilettantistico. Mancando di una verità, viene ad accomodamenti con tutte le verità che s’inventano e corrono in questo mondo rotondo, sciogliendole secondo la sua natura in una esaltazione lirica o in una svagatura umoristica. E con la difficoltà a disciplinare l’incoerenza della vita, ne segue spesso la difficoltà a armonizzare i toni della scrittura. Sicché, da una pagina ov’è l’eco lucente d’un pensiero di Platone, caschi in un’altra ove stride la barzelletta di Bertoldo, o in un’altra dove il nostro filosofo, vittima delle contraddizioni in cui s’impiglia, somiglia a don Ferrante che se la prende con le stelle.
Strano fatto questo: di un uomo che è pur riuscito a dirci parole tanto umane da passar quasi per uno scrittore moralista, e del quale non riusciamo a fermare una coscienza, una certezza, che basti a fare del suo insegnamento non solo una nobilissima lezione di lingua ma una conquista spirituale e durevole, una lezione di stile e di vita. Poiché, quella sua mobilità d’artista, lasciata così sola, gli giova e gli nuoce. Gli giova, quando, trattenuta in sede letteraria, lo aiuta, poniamo, a sciogliere in poesia la stessa critica che gli riesce naturalmente impressionistica, aromatica; o quando fa dizionari o grammatiche, ché, dentro la sua vena fresca, ogni voce ringiovanisce, ogni regola si fa breve lirica. Gli nuoce quand’essa è trasportata dal letterario al morale; quando Panzini crede che i valori morali si possano sostituire a capriccio e svuotare d’ogni contenuto impegnativo; e tutto — fede, virtù, principio — sia materia ironizzabile. Gli nuoce ancora quando fa della storia, sentendola con volubile ingenuità, quasi prendendola di sottogamba, inetto a contemplarne la solenne e perenne maestà.
Ma dei limiti del Panzini pensatore-filosofo, ha discorso B. Croce in un suo medaglione netto e definitivo e giustamente risentito.