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CESARE ANGELINI

MERITI DEL MONTI

In Cesare Angelini, Notizie di poeti,
Le Monnier, Firenze, 1942



Vincenzo Monti

Dipinto di Andrea Appiani, 1809
Pinacoteca di Brera, Milano

***



IL «DECORO»


Alla pieve dell’Abate Monti le campane suonano roche e rade. Poca gente sale le gradinate consunte, un tempo festose e solenni; e han l’aria di sovrintendenti che vengano, ahimè, per restauri. In qualche parte dev’essere scritto «Monumento nazionale»: quasi tempio disabitato dalla divinità. Visitatori, dunque, non fedeli; esperti, non oranti. A confidarsi, a consolarsi, la gente va altrove, verso altri santuari.
Ogni tanto (e da parte crociana) si sente fare il suo nome; e il bel suono par rivelarcelo ancora grande e splendente nella sua rovina. Ma è per poco: una ragione di scuola o di coltura, una celebrazione ufficiale o un motivo polemico o una pezza d’appoggio al proprio gusto provvisorio. In tempi fieramente leopardiani, nessuno vorrebbe tornare al Monti, nessun vorrebb’esser detto montiano; anche se montiani, furono, in gioventù, Leopardi e Manzoni, e Carducci. (Ma la gloria dell’aggettivo torna più sul maestro che sui discepoli). Anche il parlarne, l’occuparsene, è cosa «compatita» presso la gente d’oggi; se non ci fossero, a difenderci, le ragioni sacrosante della coltura.
La verità è che il Monti non parla più al nostro cuore. Non ha legato il suo nome a nessun quadro, a nessuna viva figura, a nessun tono, a nessuna forma che resti, a nessun paese. Monti è una «poetica» più che un poeta. È una «vena» più che una «voce». Dici Leopardi, e vedi fiorire ginestre, alzarsi l’ermo colle e la torre antica col passero solitario e grande come una creatura biblica («sicut passer solitarius in tecto»); vedi paesi suoi, unicamente suoi, e eterni: la quiete dopo la tempesta e l’umido cielo, il sabato del villaggio e la donzelletta che vien dalla campagna; vecchierelle che filano, novellando, come in un quadro di dolci Parche; notti chiare e senza vento, le vie dorate e gli orti, e lune viaggiare e vaghe stelle scintillare e canti e colori dolenti; Silvia e Nerina, e un cuore che sempre duole e un dolore che fiorisce in un caro immaginare, in un perpetuo canto.
Dici Manzoni, e vedi avventure e paesi come li ha inventati lui o modificati secondo un suo ritmo interiore: voci d’acque e campane, poggi aerei, interiori di case ridenti in feste cristiane. Vedi la popolazione delle sue creature, grandi all’orizzonte come cerchia di montagne: Federigo e l’Innominato, padre Cristoforo e Ermengarda, Adelchi, Martino, Lucia, Renzo, Don Abbondio; e Napoleone. Li ha mandati in giro, vivi per sempre; ognuno con la sua buona azione compiuta e in bocca una parola di quelle che non passano mai e fanno camminare il mondo. Dici Foscolo, e vedi lui con quella sua indimenticabile grinta e la sua passione di donne e il suo amore di gloria, fuggir di gente in gente, o sedere gemendo sulla pietra dei sepolcri. Rugge con Iacopo, scherza con Didimo, danza con le Grazie, e nessuno è più elegante: Le Grazie ai piedi suoi destano fiori....
Ma del Monti che figure restano in piedi? che quadri ci è ancor lecito ammirare? e paesi vagheggiare? Con che creature ha dialogato? Di lui, cosa sceglie la memoria? E poiché sappiamo che ha amato, quale nome di donna — tempestoso o soave — resta vivo nei versi?
I suoi quadri e paesi, le sue immagini e donne son tutti nella mitologia, gèmmea e lontana; o nella cronaca, che li ha suggeriti e è caduta. La sua stessa fisionomia fisica ci sfugge, o è troppo spesso quella di un illustre tenore invaso dalla follìa canora. Monti è senza intimità e senza rispetto per essa. Ha solo dovizia di mezzi esteriori, e ne prodiga. Sicuro di queste ricchezze, cerca risonanza, rinomanza, e si perde. Il fatto stesso d’esser sempre un poeta d’occasione, non lo impegna sul serio; e Monti non è mai citato a testimoniare una verità della vita, un’invenzione, un tono lirico, una ricerca di mistero. Monti, per dirla con parole care al De Sanctis, non è un mondo poetico, è una forma letteraria; e lui, che per tutta la vita ha continuato a scrivere «visioni», non ha avuto mai una sua visione interiore, su cui raccogliersi e coltivarsi per darci qualcosa di durevole, come si poteva aspettare dalla copia dei suoi doni. Di lui resta un mappamondo di favole, una sontuosa collezione di miti, un interminato rotolìo di versi; resta un complesso di gesti e, sopra tutti, quello abbastanza fatuo — se non fosse tragico — di continuare ad accarezzar come vive creature ben morte.
Eppure, anche dopo un secolo, il nome del Monti non ha perso il suo lucido; lo scrittore non è caduto nel limbo dei minori né dei puri tecnici. C’è in lui qualche cosa che lo difende sempre: il suo amore per la lingua, che fu la sua grande avventura; la sua strenua passione di letteratura — incanto di favole, ebbrezze d’immagini, eleganza di ritmi, danza di sillabe: «amor d’itale note» vagheggiate per se stesse, per l’armonia che fanno, che danno. «Odio il verso che suona e che non crea»? Lo potrà scrivere il Foscolo, a cui interessavano le «passioni»; non il Monti, a cui solo interessa il decoro dello scrivere. Decoro da decus, ornamento; e di lì si formeranno i due aggettivi più tipicamente montiani: decoroso e, ahimé, decorativo.
A questo punto ci domandiamo: — qual’è, dunque, la coscienza letteraria del Monti? Non è il caso di parlare di coscienza letteraria; non l’ha mai acquistata. Si parli piuttosto di un dono, che è cosa istintiva. Dotato di gusto fortissimo, il Monti sente vivamente la bellezza; ed è questo senso che l’arresta sempre sul punto di diventare un retore, un fatuo. Ricco del suo possesso — di lingua ritmo immagini — il Monti dona e dà con orgoglioso piacere: gaudet profundens. Ma sta contento al suo dono, alla sua facile perfezione. Non cerca di più. E proprio in questo suo non cercare di più, è la sua insufficienza. Pensate come un Leopardi, un Manzoni han coltivata la loro coscienza; come l’hanno maturata, fatta progredire attraverso esigenze nuove, ricerche di forme, scontentezze, tormenti; come hanno sentito, presentito certi problemi: diffidenza contro il verso quale arnese sciupato, la novità della prosa, eccetera. E Leopardi passa dalle canzoni petrarchesche all’assoluta novità degl’Idilli, e inventa la prosa delle Operette. E in Manzoni? Anche se finemente dissimulata, è troppo chiara la continua e inquieta ricerca di novità, intesa come perfezione più difficile, più alta: dal Carme all’Imbonati già in alcun canto perfetto, alla sorpresa degl’inni sacri, dagl’inni maggiori, dei drammi, del romanzo. Un continuo maturare, ampliarsi in forme nuove, in una maturità più profonda. Perfino il Carducci, l’impegno delle Odi barbare testimonia una voglia d’accenti nuovi («Odio l’usata poesia, concede — facili i fianchi....») e il suo cammino, da Iuvenilia a Rime Nuove, alle Odi, è tutto un laborioso e cosciente e splendente salire.
Nel Monti, nessuna di queste preoccupazioni, nessun indizio di scavazione, d’approfondimento, nessuna scontentezza; nessuna diposizione a perdersi per guadagnarsi, a impoverirsi di fuori per arricchirsi di dentro, a concentrarsi, a intensificarsi.
Il Monti s’adagia in forme ereditate, accettate senz’impegno di rinverdirle, di fecondarle. Non ha il tormento di voler «giacere su l’orma propria». E il suo linguaggio, il suo canto, è di un’evidenza tutta esteriore, superficiale, perché senza patimento. Null’altro che un dono: dir bene ogni cosa, ogni sua cosa. Quel «decoro» che diventa merito; che lo porta a ogni successo e lo fa rispettare, e che naturalmente va crescendo perché l’esercizio dello scrivere gli alleggerisce via via la mano, gli affina certe scaltrezze, gli dà più vibrati splendori. Ma, ahimè, ancora un poco e forse dovremmo dire che il Monti non ha mai maturato la sua coscienza letteraria perché non ha mai maturato la coscienza morale, strofinata contro tutte le occasioni, le più banali. Destino, in parte, di poeta aulico, di poesia ufficiale. Per il Monti la poesia non era una cosa da dire, ma un rifar belle forme. E nell’88 coltiva l’idea di dar bella forma all’Illiade, «il Vangelo d’Apollo».




L’«ILIADE».
Nescio quid maius....


Ho sentito dire più volte, in quest’ultimi tempi, dir male del Monti. È cosa facile ma non prudente. Il Monti non è davvero un poeta vicino al nostro cuore né alle nostre letture. Però, quando si tratta di tirare le somme, sentiamo sempre di dovergli fare un posto onorato. Pesa ancora sul Monti (o su noi?) l’ammirazione che ne ebbe in un primo tempo il Manzoni, che ne ebbe sempre il Carducci. Né possiamo dimenticare certo fasto biografico — quel suo trovarsi a colazione coi re, corrispondere con le regine, vivere col Papa, aver versi musicati dal Paisiello e dal Cherubini — né l’essere stato l’incoraggiatore del giovane Leopardi, l’aver messa la penna nei versi dei Sepolcri per rimondarli, e l’averne scritti lui qualche centinaio che, come i pioppi, hanno i piedi nell’acqua. E poi tutto quello splendore di lingua che appartiene alla nostra riserva, quella vincente potenza di dire tutto ciò che vuole e fa di lui un battezzatore di stelle e di numi. E poi quell’Iliade, che durerà quanto Omero e il ricordo di Troia.
Leggendo il Monti, il Monti in proprio, senti che è spirito privo d’un suo mondo, d’una sua vita intima, e che, sotto la bellezza puramente formale, c’è, troppo spesso, il vuoto. L’Iliade è un’altra cosa. Al traduttore domandiamo soltanto di che veste l’ha vestita, quale aderenza ha conservata, raggiungendola dall’esterno. E qui il Monti è maestro, l’Iliade è il suo capolavoro, in quanto attua pienamente il suo più vero destino letterario, quello di traduttore.
Da quanto tempo vi attendeva? Pare dal tempo romano, quando portava il cappello a tre punte dell’abate; e anche più indietro; da quando, cominciato a gustare erba in Parnaso, intuì che Omero è la prima fantasia del mondo, e restò sedotto da quel suo respiro di fiume. In vari modi la tentò: voltandola in ottave, in sciolti, in gara con altri (con Foscolo). La tralasciò, la riprese. La lavorò alacremente per tutto l’08 e il ’09 e il ’10. Sono già del ’09 certe notizie liete: «Ho ripreso il mio Omero, e tiro a finirlo con alacrità». Ancora: «Il mio Omero prosegue felicemente». Un po’ dopo: «Il mio Omero è sul punto di sbocciar tutto». E ancora nel ’10: «Son dietro all’ultimo libro». Si sente la fiducia con cui lavora, l’armonia col suo lavoro. Nel ’10 è finito. E può liberare la sua gioia nel cuore degli amici, delle amiche; nel cuore della Contessa Margherita Grimaldi: «Omero è finito. Mantenetemi dunque la parola e venite a mangiar la polenta insieme con l’orso, dico vostro marito.... Sono lietissimo. Il cuore mi brilla, e ho bisogno di spandere la mia gioia nei cuori che mi sono cari. Venite e farete beato il vostro amico». Aveva vinto una bella prova; ne godeva. La versione apparve tanto bella, che raccolse un subisso di lodi. Pareva che l’Iliade l’avesse inventata lui per la prima volta. Ippolito che aveva appena finito di tradurre l’Odissea, gli scriveva: «Che la traduzione sembri un originale, e non di meno sia traduzione, che è ciò che si deve dir della vostra, hoc opus, hic labor». Qualcuno gli chiedeva: — Che sarà Omero, se per avventura è più bello di questa traduzione? Anche i Cesarottiani ne erano contenti. I giornali, i giornali greci, si scioglievano in lodi pindariche. Perfin le donne omereggiavano, monteggiavano. Napoleone, il Vicerè, il re di Spagna, anche quello di Napoli che era intelligente, Sua Eccellenza la Principessa Baciocchi, andavano a gara nell’averne una, due copie con dedica del Monti, e gli mandavano in dono napoleoni d’oro, spilloni d’oro, tabacchiere d’oro. Ori e tesori che formeranno la dote di Costanza, presto sposa. Una delle prime copie era stata spedita al Manzoni a Parigi; ma nel frattempo il Manzoni era tornato a Brusuglio, da dove scrive al Monti: «Ho finalmente potuto carpire la tua Iliade, e me la sto leggendo con quel diletto e ammirazione, che nasce dalle opere tue». (Era proprio quel 1810 in cui Manzoni lasciava Apollo per darsi tutto a Cristo).
E il Monti cosa ne pensava? Avvezzo a dire il suo debol parere su ogni cosa sua, lo vogliamo sentire anche qui. «Spero che questo ardito lavoro non mi farà disonore». Il Monti conosce tutte le figure rettoriche, conosce anche la litote, con la quale tempera l’espressione del suo sentimento. Ma è persuaso che «l’ardito lavoro» gli farà molto onore; e quando, più tardi, vorrà ricordare il lavoro più durevole, quello a cui affiderà il suo nome nei secoli, nominerà


.... il cantor che di care itale note
vestì l’ira d’Achille.

E il Monti non sapeva il greco; o meglio, la sua perizia andava poco oltre l’alfabeto. Si servì di molte versioni latine, specialmente di Cunich; gli giovarono i suggerimenti del greco Mustoxidi, che intanto teneva d’occhio Costanza, e le correzioni del dottissimo Ennio Quirino Visconti. Ma il segreto di quel suo bel tradurre, va cercato nel suo istinto sagace di poeta, nell’immaginazione mobilissima, nel tremito musicale della sua anima in cui riecheggiava le varie traduzioni lette, rilette; ne intuiva la vera, e diventava l’eco fedele dei versi d’Omero. E questo è maraviglioso, che facendo una versione genialissima, spiritualissima, poeticissima, sapesse darci (non dico sempre) l’impressione d’una versione fedelissima alla stessa parola e al movimento della frase, sia pure con un più d’ornamento. Anche il Foscolo, da certi assaggi, ne era preso: «Quando io vi lessi la mia versione dell’Iliade, voi mi recitaste la vostra, confessandomi d’aver tradotto senza grammatica; e io nell’udirla mi confermavo nella sentenza di Socrate, che l’intelletto altamente ispirato delle Muse è l’interprete migliore di Omero». Foscolo legge, il Monti recita....
Il lettore di qualche umanità ha sott’occhio quello «scudo di Achille» in cui l’arte del Monti fa miracoli di libertà e intuizione, e insieme di aderenza al testo.

Vogliamo darne la traduzione letterale, quasi interlineare:


Vi poneva poi un maggese morbido, pingue campo,
ampio, tre volte arato. Molti poi aratori in esso
gioghi movendo, li spingono qua e là.
Ogni qualvolta poi essi movendo raggiungevano il termine del campo,
ad essi poscia nella mani una tazza di dolcissimo vino
dava un uomo che andava loro incontro.

Superando l’inerzia della traduzione interlineare, e conservando aderenza al testo, sapete come tradusse il Monti:


Vi sculse poscia un morbido maggese
spazïoso, ubertoso e che tre volte
del vomero la piaga aveva sentito.
Molti aratori lo venian solcando
e sotto il giogo in questa parte e in quella
stimolando i giovenchi. E come al capo
giungean del solco, un uom, che giva in volta,
lor ponea nella man spumante un nappo
di dolcissimo Bacco....

Che è vera ri-creazione d’arte; quasi cosa nuovamente trovata. I compilatori del Fiore della lirica italiana confessano d’aver resistito alla tentazione di includere nella Antologia alcunché della Iliade del Monti, tanto pareva loro trasportata su un tono totalmente nuovo. Appunto, di creazione. E chi voglia meglio conoscere la serietà e l’impegno con cui il Monti assistette la sua traduzione e le risorse che vi impiegò e i dubbi che vinse, legga le Considerazioni sulla difficoltà del tradurre la protasi dell’Iliade. Ma egli le vinse, e in tal modo da lasciare a pochi speranza di superarlo; a molti il piacere di esaltarla. Così Omero divenne italiano; e il Monti «l’italo Omero».
Ma c’era uno in disparte, che non partecipava al coro delle pindariche lodi, e forse mandava giù amaro: il Foscolo. Complicate questioni di carattere, riflessi di litigi con altri letterati (con l’Arici, per esempio, amicissimo del Monti e maltrattato dal Foscolo), un po’ d’invidia letteraria e un po’ di gelosia (né ancora si può dire da che parte il torto fosse maggiore) aveva rotta una delle più belle e feconde amicizie dell’800. E si dissero un sacco di villanie, in versi e in prosa, in privato e in pubblico, a così breve distanza dalla «prolusione» di Pavia, dalla «cena» in casa Bonfico. Come di cose troppo ingrate, ne facciamo grazia al lettore. Fuor che due frasi caratteristiche, che rappresentano il culmine di quella inimicizia tremenda. Scrisse il Monti: «Se Foscolo m’attaccherà (nella traduzion dell’Iliade), lo farò ballare sopra la polvere dei suoi Sepolcri». Gli rispondeva il Foscolo: «Monti mio, discenderemo tutt’e due nel sepolcro». Per i buoni uffici d’amici comuni, i due poeti tornarono qualche volta vicini; amici non tornarono più. Il Monti riprese la sua corsa verso la rumorosa gloria che lo inebriava; il Foscolo andò verso l’esilio, amareggiato anche d’aver visto cadere, a Milano, l’Aiace, e proibitane la rappresentazione dal Governo. Ancora per un quindicennio il Monti, che non conobbe mai il tempus tacendi, continuerà a celebrare con lo stesso animo Napoleone e Francesco e a giocare di luminelli sopra fiori d’arancio; mentre il Foscolo, travolto dal torrente della sua passione, andrà fuggendo di gente in gente, o sederà gemendo sulla tomba del fratello suicida. Ma il Foscolo era, alla fine, un saggio che sapeva trovare in se stesso la serenità. E proprio in quei giorni scriveva queste sante parole che paion l’eco indolita delle sue amare esperienze. «Il passeggiare al sole, il dormire, l’amare e l’essere amati, il ciarlare al focolare con l’amico a quattr’occhi, il sorseggiare il caffè guardando l’alba sorgente e ricordarsi dei belli anni passati, non sono cose da poco; bensì il procacciarsi la stima d’uomini che non hanno giudizio proprio e sincero, l’andar dietro ai battimani di chi sarebbe pronto a fischiarti senza sapere perché.... questi e simili perditempi son peccati di cui dovrò rendere conto al Dio del tempo, e forse anche un giorno al Dio dell’eternità».




LA LINGUA.


Nel 1812 Monti è nominato accademico della Crusca, con qualche impegno di lavoro. Accetta, ringrazia. Ma pare che scherzi, il modo come ne parla: «Il supremo oracolo della Crusca....; il palladio del divino idioma italiano....; il tempio che custodisce il sacro deposito della italiana favella». Scherza davvero.
Lascia Milano e va a Pesaro, dal Perticari che da pochi mesi aveva sposato Costanza, la più bella donna del tempo. Ed è beato. «Io vivo qui beatissimo in braccio ai miei figli. Ho dato fine alla mia Appendice per la Crusca; cammin facendo, il lavoro mi è cresciuto prodigiosamente tra le mani; tanti e sì gravi sono gli errori che d’ogni parte mi saltan fuori nel santo Evangelio della nostra lingua». Monti non scherza più, fa sul serio, e medita un ampio lavoro di correzioni al gran vocabolario.
Fra il ’13 e il ’14, gli anni delle Grazie del Foscolo, padre Cesari, incauto!, pubblica un suo «Dialogo delle Grazie» che, viceversa, erano graziette. Libro pieno di buone intenzioni, ma disossato, scempio, inteso a diffondere il purissimo o intransigente ritorno al Trecento. Uno strozzamento del gusto, della genialità, della libertà, della sempre rinascente bellezza. Una sfida. Il Monti entra in lite col «grammuffastronzoli» di Verona, col «fiutasepolcri» ecc, e nelle ingiurie diventa pittoresco. Per lavorar meglio, torna a Milano, alle belle colline di Brianza dove l’Aureggi così volentieri l’ospita nella sua villa di Caraverio. E poi il Monti voleva bene a Milano. «E Milano, quando la mia ora sia giunta, avrà le mie ossa.... In caso diverso, andrò a confonderle con le ossa paterne; e se prima di rassegnare alla terra il mio corpo, potrò pubblicare le molte cose che ho pronte, sarò contento». Fra queste cose, c’era il «grande affare della lingua».
Il Monti vi s’impegna fino al collo; e per vendicarla contro gli attacchi dei grammatici presenti e passati, e liberare la Crusca dalla pedanteria dei Salviati e del Salvini, dei Cesari e dei fiorentini, di poeta si fa puntuale e premuroso grammatico. Da questo momento, e per un bel po’, le mani del Monti odorano solo di Crusca, ed egli parrà fatto il guardiano della lingua, impegnandovisi con un accanimento come se non avesse fatto mai altro. Sul Poligrafo pubblica i primi mordaci Dialoghi contro il Cesari e i suoi.
«L’affare» va diventando sempre più concreto nella sua mente e nella sua pagina, avendogli oramai trovato anche il titolo: Proposta d’alcune correzioni e aggiunte al vocabolario della Crusca. «L’opera andrà divisa in sei parti, e tutte importanti. Non sarà lieve il rumore che desterà». Monti dice tutto lui; e dice giusto perché la Proposta sollevò molto rumore, e resta cosa di molta importanza. Ci ha sudato su parecchi anni continui, e nel ’22 non ha ancora finito di stamparla. Pare un lavoro di vocabolario ed è, molto spesso, un piacere lirico, tanto è l’entusiasmo e la poesia della lingua che il Monti vi dimostra. È un lavoro di molta pazienza e diligenza; ma è soprattutto uno splendore di sapere, di ingegnosità, di genialità, di spirito libero, d’estro, di forza dialettica, di vigore polemico, d’arguzia, di calor d’eloquenza, di felice malizia. Monti qui è sfottente, strafottente e, finalmente, divertente. Diventa, come non altrove, scrittore copioso, spassoso, amenissimo. Ha 64 anni, ma non è mai stato così giovane e fantastico e ricco e trionfante, pieno di coincidenze, di erudizione etimologica, di sfogo, che s’adagia in dialoghi a più pause, ricchi di invenzioni estrose, di richiami arditissimi, di situazioni amene, di sorprese, di prese in giro deliziosissime e, spesso, di pedanteria che nessun’altra cosa più vale ad ammazzare, a sua volta, la pedanteria. Scopre debolezze e arbitrii nei gran custodi della Crusca, li copre di lepidezze, di celie. Corregge, rivendica, suggerisce. Monti sa e dà, che è una delizia. Non sa e chiede, che è una edificazione. «Ho bisogno d’un valente grecista che mi risolva alcuni sospetti....». Dice alla Crusca le sue verità sonore e libere come l’aria: «Il Vangelo della Crusca non è quello di Marco o di Giovanni....».
Ma, al di sopra dei modi esteriori e delle polemiche in cui si esprime la Proposta, il suo vero significato qual’era? Nata come risposta a padre Cesari e ai Cruscanti che sostenevano la municipalità della lingua italiana (Firenze, e il ’300), il Monti ne difende la nazionalità. La lingua è d’origine italiana e non toscana; la lingua è quella custodita nei sacri testi dei buoni autori d’ogni secolo, non quella che si parla in Mercato Vecchio e lungo il Mugnone. E s’appoggiava a Dante, al De Vulgari Eloquentia.... Anni decisivi erano questi per la formazione della coscienza italiana. In che misura vi concorse il Monti? Più d’una volta la domanda fu posta (e forse anche da noi) in modo un poco insidioso. L’abbiamo posta male. Anche il Monti vi concorse, alla sua maniera e secondo le risorse del suo destino. E mentre altri aiutavano a formare la coscienza civile, altri la politica, altri la religiosa, il Monti aiutò la formazione della coscienza linguistica, richiamandola alla sua origine e storia e potenza nazionale. La sua causa era dunque causa italiana.
Non si potrebbe chiudere un paragrafo sulla Proposta, senza aprire una parentesi per Giulio, Giulio Perticari, che in questi anni faceva scorrer la penna con placida nobiltà. Quel che scrisse di Dante e dei trecentisti, quel che portò d’aiuto alla Proposta, è nobilissima fatica che la storia delle nostre lettere non ha ancora dimenticato. Giorni di forte ebbrezza, giorni filologicamente potenti quelli in cui il grave genero lavorava accanto al suocero vivace, mettendo insieme ampiezza di sapere, sicurezza di gusto, leggiadria di erudizione, libertà di giudizio in fatto di lingua.
L’uscita della Proposta segnò vento sul vocabolario; vento e sole. E in quel momento il Monti parve la stessa gloria della lingua fatta persona.
(Ma, per essere precisi, della lingua o del vocabolario? Poiché, contro i criteri del Monti, verrà presto il Manzoni a dire che un vocabolario, finito che sia di stampare, si ferma, la lingua invece cammina).