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CESARE ANGELINI

SERENO IN LEOPARDI

In Cesare Angelini, Nostro Ottocento,
Boni Editore, Bologna, 1970

***


Giacomo Leopardi

Ritratto di A. Ferrazzi del 1820
Casa Leopardi, Recanati


«Tu non vedesti crescer lieta la tua gioventù tra le carezze, i sorrisi, gl’incoraggiamenti nella superba Milano capitale del Regno d’Italia e tra il più bel fiore della elegante dottrina francese: tu non avesti neppur gioventù: tu non avesti una madre, alta educatrice e amica; non una moglie, bella, tenera, ammiratrice; non una famiglia amorosa, felice, orgogliosa di te; non la villa di Brusuglio, ove edificare con gusto e coltivare per ispasso: tu non avesti né il Monti né il Foscolo lodatori e ammiratori, né il Fauriel traduttore, né il Goethe critico plaudente. Né pur ti rispondevano, a te. Trascinavi la tua povertà e la malattia e i fastidi e i dolori di città in città cercando vanamente dove e come vivere; e nessuno si volle degnare di accorgersi di te: e i dotti ridevano della tua grandezza proclamata dal Giordani, o, al più, ammiccandosi tra loro dicevano: — Eh, quel gobbetto? Ha dell’erudizione per altro».
Può esser cattivo gusto (la citazione è del Carducci) invidiare al Manzoni quello che non ha avuto il Leopardi. Al Leopardi, è vero, i beni della vita hanno mentito, tutti: la famiglia, il paese, la salute, la gloria, l’amore; dei quali egli aveva un’altissima esigenza. Tutte le cose belle lo hanno tradito.
Meno una. Una che aveva vigilato sui suoi sogni e sulle sue speranze, sulle sue delusioni e disperazioni. Una, che ha nome femminile, ma non è Adelaide né Silvia, non Nerina, non Aspasia, ed è più di ognuna e di tutte insieme: la poesia. Lo aveva aspettato sulla soglia della biblioteca paterna quando v’era entrato fanciullo; e in quell’adunanza di grandi spiriti, gli aveva fatto sentire la sua voce molteplice: voce di classici greci, latini, italiani, d’ogni clima, d’ogni tempo. Lo avevano aspettato, ventenne, sopra il colle del Tabor, presso Recanati, per trasfigurarlo, per rivelarsi nella sua pienezza con l’incanto dell’Infinito. Lo seguì fino alla morte, profumandogli l’ultimo respiro col fiore della ginestra. Fedelissima, sempre. Mai rapita amante s’era mostrata tutta tesa verso un suo poeta: tutta pronta e tremante a preparargli il caldo in cui il suo tormentato cuore potesse sbocciare in un fermento di sillabe eterne. S’era immedesimata con lui: era diventata la cosa più sua, la sola cosa sua. La sua musica interiore. Nella quale fluisce perpetuamente quel sapore amaro di cui è pervasa la sua vita nuda, la sua sensibilità scorticata, e fu detto il suo «pessimismo». Abbiamo rivelato un valore della poesia leopardiana: che poco importa ora chiamarlo «romanticismo» o con altro nome; importa sapere che la sua poesia scaturisce dalla sua vita, ed è il tramite traverso il quale il poeta ci rivela il suo dramma.
Ma conforta anche lui, nel suo dolore. Non c’è dubbio che il suo «pessimismo» è, in un primo tempo, effetto delle sue personali sventure. Solo che la poesia l’accoglie e, come fa, trasfigura, togliendo il limite d’un dolore personale, di un uomo individuo, per farne un dolore cosmico, universale. E il Leopardi, il cui spirito aveva un’insita esigenza all’eterno, all’infinito, entra in quell’atmosfera, raggiungendo (non paia un paradosso) la felicità. L’approdo all’eterno, che egli non aveva potuto realizzare attraverso altri valori della vita, lo realizzava attraverso il dolore. Il Manzoni l’aveva raggiunto con l’espressione religiosa della Fede; il Leopardi con l’esperienza del dolore, e acquista una sua serenità. Così il suo dolore è redento, ridente; la sua vita disperata diventa vita incantata; e il suo «pessimismo» non ci fa più paura: sappiamo come intenderlo. Quel disprezzo del mondo, del caduco, quella sua famosa «noia» della vita, è l’impressione d’una congenita necessità di evadere, d’una irrimediabile tendenza all’Assoluto: è la situazione del santo, per il quale ciò che non è eterno, è nulla. Santo senza Dio e senza paradiso.
A questo punto, il canto giunge a una chiarezza che il dolore più non turba, quasi non tocca; e nasce la fresca meraviglia dell’Idillio leopardiano, che è una favola, musica, cosa goduta.


Passata è la tempesta:
odo augelli far festa, e la gallina
tornata in su la via,
che ripete il suo verso. Ecco il sereno
rompe là da ponente, alla montagna;
sgombrasi la campagna
e chiaro nella valle il fiume appare.
Ogni cuor si rallegra, in ogni lato
risorge il romorio;
torna il lavoro usato.

Sarebbe, forse, più facile far scomparire la presenza virgiliana nel verso sottolineato (saxosas inter decurrunt flumina valles) che spegnere i punti duri e scuri, i nodi maligni non ancora disciolti, le interrogazioni trafelate che sono tra le pagine dei Canti («Il vivere è sventura — grazia il morir». «Se la vita è sventura — perché da noi si dura?» «Non ha la vita un frutto — inutile miseria».) Si dice solo che non è lì il vero Leopardi, in quelle pagine non trasfigurate dall’arte. C’è dunque un Leopardi diverso da come l’abbiam visto fin qui? Piuttosto cambiato è il nostro atteggiamento verso di lui; ci dà un Leopardi riconciliato. Riconciliato con se stesso, ritrovatosi nella felicità del creare, nella magnanima capacità di illudersi («i cari inganni», «i dilettosi inganni», «gli ameni inganni»), d’immaginare («quel caro», «quel vago», «quel confidente immaginar»); di fantasticare. «Felicità da ma provata nel tempo del comporre, il miglior tempo che io abbia passato in mia vita e nel quale mi contenterei di durare fin ch’io vivo. Passare le giornate senza accorgermene, e parermi le ore cortissime; e maravigliarmi sovente io medesimo di tanta felicità di passarle». O scoprirlo nell’attento tremore con cui sapeva custodire l’allegrezza, una volta trovata: «Quando incontro qualche piccola fortuna o motivo d’allegrezza, in luogo di mostrarla al di fuori, io mi do naturalmente alla malinconia quanto all’esterno, sebbene l’interno sia contento. Ma quel contento placido e riposto, io temo di turbarlo, alterarlo, guastarlo e perderlo col dargli vento. Perciò do il mio contento in custodia alla malinconia». (Così gli stilnovisti custodivano il ritrovato incanto dell’amore. Ma io ripenso al Foscolo dell’Ortis: «... Se lampeggia qualche momento di felicità, noi ci concentriamo tutti in noi stessi, temendo che la nostra ventura possa, partecipandosi, diminuirsi»).
Riconciliato con noi che possiamo guardare al suo «pessimismo», ripeto, senza spaventarci; avendo imparato tanto bene a leggerlo, che esso è l’ultima cosa a colpirci: quasi che la luce dell’arte, col beneficio del tempo, avesse diradato il buio e ogni apparenza negativa del canto. Sicché, leggendo il Leopardi, oggi più agevolmente ci esaltiamo nella arcana musica del suo linguaggio, nella purezza del paesaggio, nella giovinezza del ritmo, nel tempo magico che gli regola il verso e, soprattutto, in quella mirabile forza di evadere dal tempo e in quel suo senso di eterno.


VENTO SU «L’INFINITO».

Quindici endecasillabi. Uno in più del sonetto. Ma un sonetto, il Leopardi non volle scriverlo mai (non consideriamo sonetti le cinque sonettesse scherzose del ’17) neanche quando aveva sottomano una materia che poteva entrarci facilmente. Forse, con quell’obbligata distribuzione di quartine e terzine, legate da rime, il sonetto gli doveva parere un gioco, e la poesia per il Leopardi era cosa seria. Preferì liberare la sua meditazione in versi sciolti; sciolti dalla rima, ma legati al canto, alla musica; poiché tutto qua dentro — meditazione, contemplazione, lingua — è tramutato in musica. Volendogli dare una figura, esso è più musicale che plastico.
Dividiamo l’idillio in tre «tempi»: luogo dove il poeta medita; fuga o evasione dallo spazio; contatto o naufragio nell’eterno.


Sempre caro mi fu quest’ermo colle
e questa siepe, che da tanta parte
dell’ultimo orizzonte il guardo esclude.

Il Tabor, appena fuori di Recanati; colle umile, breve, caro al poeta per la sua frequentazione. «Sempre caro»: fin dall’infanzia, domestico; cosa dell’orizzonte familiare, cresciuta con l’anima. Sopra, c’è già un peso di storia, della sua storia; o vita. L’affetto al colle continua nel dimostrativo «questo» che lo indica e avvicina. Nemmeno turba ermo per solitario: non lo senti più come aggettivo, ma come musica; come in Annibal Caro, da cui è tolto (Eneide, 8°). Caro perché ermo. La collocazione delle parole è perentoria, piena d’effetti vaghi. Prova a spostarle: Quest’ermo colle mi fu sempre caro. Le parole son quelle, e le sillabe; non una di più non una di meno; ma tutto è diventato banale. Quel che di remoto e segreto ch’era il suo particolare, non c’è più. Poesia è anche sapienza di ritmi suggeriti, dettati dentro. A toccarli, il verso (ci ricordiamo di Valéry?) perde dignità e magìa.
«E questa siepe». Torna il dimostrativo («questa») e torna l’aura affettuosa. È una siepe che preclude la vista di tanta parte dell’orizzonte lontano. Si direbbe un ostacolo; è invece uno stimolo: ostacolo alla vista, stimolo alla visione, a fantasticare, e immaginare. Al reale si sostituisce l’immaginario, e si moltiplica la capacità fantastica, il capitale del Leopardi. È il secondo tempo.


Ma sedendo e mirando, interminati
spazi di là da quella e sovrumani
silenzi, e profondissima quïete
io nel pensier mi fingo, ove per poco
il cuor non si spaura.

Il poeta si è allontanato dal mondo dei sensi, è entrato in quello magico dell’immaginazione, che è lo spazio della mente; e il questa diventa quella: «di là da quella». Col suo stupendo potere, chiamato dal cielo, riesce a turbarne i silenzii, a renderli con espressioni maestose, sovrane: «interminati spazi», «sovrumani silenzi», «profondissima quiete». Notare il plurale intensivo: «interminati spazi» che fa pensare a Pascal: «il silenzio eterno di questi spazi (i cieli), mi spaventa». Certo fa pensare a un mistico. Anche i «sovraumani silenzi» dove, prima d’ogni altra cosa, colpisce il formidabile suono. Nelle Ricordanze: «Lamentai co’ silenzi...». Spesso, in Leopardi, poesia è suggestione; che non è l’ultimo elemento della sua essenza. «E profondissima quiete». Insistenza sulla astrazione, con suoni che s’inabissano. Anche altrove: «altissima quiete». Accrescimento di mistero, di sgomento. E in tutto questo mondo astratto che il poeta «si finge», s’immagina, «per poco — il cuor non si spaura». Verso sbigottito per non so che batticuore, per non so che motivo sussultorio. Si pensa, per echi, all’«anima impaurita» di Ermengarda. Ma forse il suono è dantesco. Negl’idilli c’è altre due volte: in Amore e morte: «Forse gli occhi spaura — allor questo deserto»; e nella Vita solitaria: «e si spaura dalle ardenti lucerne».


E come il vento
odo stormir fra queste piante, io quello
infinito silenzio a questa voce
vo comparando...

Il poeta torna per un momento alle cose sensibili, finite, chiamatovi da un suono lieve, anzi, più umanamente, da una voce: il vento; altro elemento lirico, altro suono suggestivo. Quando entra nella poesia del Leopardi, il vento fa il miracolo. «Viene il vento ricordando il suon dell’ora». «Susurrando al vento i viali odorati». È la voce che fa vibrare tutta l’aria delle Ricordanze. Vento con poesia, come nei liberi cieli.


...E mi sovvien l’eterno,
e le morte stagioni, e la presente,
e viva, e il suon di lei.

La meditazione continua: dall’infinito dello spazio all’infinito del tempo: «E mi sovvien l’eterno». Astratto di sbalorditiva potenza. L’eterno come infinità di tempo. «E le morte stagioni», l’età passate; ma stagioni è più labile e sparente, e il contrasto è più sensibile. «E la presente, e viva, e il suon di lei». Notare l’efficacia del polisindeto, quasi respiro crescente, o gesto che accompagna le parole. Insomma: penso le età passate (morte) e la presente che è viva e rumorosa ancora (il suon di lei), e van tutte a finire nell’eternità. Per echi mistici che li abitano, qualcuno ha pensato al suono d’un versetto di Davide: «cogitavi dies antiquo et annos arternos in mentem habui», che può averne suggerita l’atmosfera.


Così tra questa
immensità s’annega il pensier mio:
e il naufragar m’è dolce in questo mare.

Finale d’una grandiosità sinfonica, quanto ai suoni; d’una serenità inaspettata, quanto a senso. L’immensità dello spazio lo spauriva; l’immensità del tempo lo consola. L’allegria del naufragio; un perdersi che pare un ritrovarsi. Dagli astratti, passa al concreto: «l’immensità, «l’eterno», «l’infinito silenzio»; ma fatto visibile e vivo, che lo vedi e lo tocchi, poiché non lo dà per concetto ma per immagine.
In quindici versi, una meditazione religiosa, quale poteva farla Pascal, anzi, un greco: non turbata da elementi intellettualistici o logici. Mentre ci conta la sua sbigottita avventura spirituale — l’approdo all’infinito — è riuscito a darcene il sentimento familiare, vicino, anche attraverso il dimostrativo ripetuto sei volte — «questo colle», «questa siepe», «queste piante», «questa voce», «quest’immensità», «questo mare» — e che familiarizza l’infinito: lo fissa e rende intimo, vivo.
Quando scrisse l’idillio, il Leopardi aveva ventun anni. Ma già possedeva, oltre il gusto del meditare, un tono suo, sovrano e arcano; indipendente da altre voci; e un linguaggio pieno di segrete modulazioni. Parlava con una voce sua, e già tanto alta, che parrà sempre destinata a parlare con l’eterno. Il ’19 — l’anno dell’idillio — fu il suo anno «critico», l’anno della «fuga». Che, come si sa, fallì. Ma il poeta si vendicò: fuggendo in altro modo, in altro mondo: nell’appuntamento con l’infinito.


LUNA SU RECANATI.

Nessun paese entrato a vivere nella poesia, è bagnato di luna come Recanati. O solo il paese dei Promessi Sposi («Era il più bel chiaro di luna: l’ombra della chiesa e più in fuori l’ombra lunga e acuta del campanile, si stendeva bruna e spiccata sul piano erboso e lucente della piazza; ogni oggetto si poteva distinguere come di giorno»). Ma su Recanati! Il Leopardi parve impegnato a vedere il «natio borgo» quasi sempre sotto la luna: luna recente, luna piena, luna calante. La luna fa testimonianza.
Sarebbe un gioco molto celebre e molto scolastico ma non ancor privo di diletto, l’andarla a pescare nei vari idilli, nei primi e nei grandi che, si sa, furon tutti composti a Recanati. Pescarla? Basta aprirne uno, perché essa c’investa e bagni del suo mite argento. Pende su «l’ermo colle» e su «la selva» e «tutta la rischiara»; posa «queta», «sovra i tetti e in mezzo agli orti»; splende «sovra campagne inargentate ed acque»: cara, silenziosa, graziosa, cadente, rugiadosa, candida, aurea, tacita, placida, vergine, intatta, vereconda: accolta coi più affabili accenti. Nel Sabato del villaggio c’è quasi fretta che il sole vada sotto, perché i colli e i tetti, la piazza e ogni cosa goda «al biancheggiar della recente luna». E che limpido incantesimo crea nella Sera del dì di festa:


Dolce e chiara è la notte e senza vento,
e queta sovra i tetti e in mezzo agli orti
posa la luna, e di lontan rivela
serena ogni montagna.

(Quel suo stupendo potere di sparger spazi. Di rivelare cieli e montagne, era già balenato in un «frammento» del ’16:


Spandeva il suo chiaror per ogni banda
la sorella del sole, e fea d’argento
gli arbori che a quel loco eran ghirlanda;
Limpido il mar da lungi, e le campagne
e le foreste e tutte ad una ad una
le cime si scoprìan delle montagne).

Dovessimo chiamare qualche altro passo in confronto con quei versi divini, nomineremmo il Paradiso, e solo esso: «Come nei plenilunii sereni...». Non ultimo incanto dell’Ultimo canto di Saffo, è quel suo rorido attacco lunare: «Placida notte e verecondo raggio — della cadente luna...», e tutto il canto ne albeggia. Riempie del suo lume Il Sogno, e, naturalmente, Il tramonto della luna. È cara («o cara luna...») nella Vita solitaria; è virgilianamente tacita al Conte Pepoli, e nel Bruto minore; aurea nell’Inno ai Patriarchi. E mi sovviene un endecasillabo che è rimasto frammento isolato, fuggente melodia, in qualche parte dello Zibaldone, dov’è confessata una specie di nostalgia lunare: «Vedendo meco vïaggiar la luna». Non trascurate la dieresi di quel mirabile vïaggiar. C’è perfino una luna che cade, nel Frammento «Odi, Melisso...».
Ma la luna è un tema, una «cosa», che nulla importa, per sé, alla poesia; e il dire che qui ricorre tante e tante volte, riguarda l’inventario dell’argomento. Ora l’inventario si potrebbe fare, se mai, per un Pindemonte, dove le invocazioni alla luna (qualcuno ci piange su ancora) non vanno più in là di una gentilezza leggiadra, senza mai nulla di inventato. In Leopardi che conta è il profondo sentimento con cui l’ha vista e resa; sicché essa non è mai una luna sfogo romantico, ma sentita umanamente, con un senso di religione naturalistica, una invenzione, la presenza d’un casto o dolente mistero.
Apposta abbiamo tralasciato fin qui di nominare un altro idillio, proprio quello Alla luna, composto in Recanati nel luglio del 1819. Fosse possibile dimenticare ogni biografia e psicologia, e considerarlo solo nella sua limpida struttura, diremmo ch’esso è una linea melodica rara e arcana. Quasi un tempietto greco.


O grazïosa luna, io mi rammento
che, or volge l’anno, sovra questo colle
io venia pien d’angoscia a rimirarti:
e tu pendevi allor su quella selva
siccome or fai, che tutta la rischiari.
Ma nebuloso e tremulo dal pianto
che mi sorgea sul ciglio, alle mie luci
il tuo volto apparia, che travagliosa
era mia vita: ed è, né cangia stile,
o mia diletta luna. E pur mi giova
la ricordanza, e il noverar l’estate
del mio dolore. Oh come grato occorre
nel tempo giovanil, quando ancor lungo
la speme e breve ha la memoria il corso,
il rimembrar delle passate cose
ancor che triste, e che l’affanno duri!

Il canto non disdegna il discorso, anzi lo riscatta e solleva. Dunque, un discorso nel canto; che è un bellissimo modo di familiarizzare la poesia. E non importano qua e là residui di lingua arcaicizzante (luci, stile, giova, occorre; e poi il noverar l’etate e la speme): entrano nella perizia dell’artista. D’un certo parlar peregrino, il Leopardi non si spogliò mai, nemmeno più tardi, al tempo di Silvia e del Passero solitario e delle Ricordanze, sentendoci dentro alcunché di ridentemente antico e arcano. Quel che importa è che l’endecasillabo ha acquistato una sua improvvisa giovinezza (giovanezza direbbe lui), e pare il modo naturale e degno per dire certe cose grandi. Perché, cosa volete che significhi questo frequente apostrofare la luna, se non una voglia di dialogare con le cose eterne, e avere da esse confidenze, rivelazioni?

Io mi rammento
che, or volge l’anno, sovra questo colle
io venia pien d’angoscia a rimirarti.

«Questo colle»; sempre il Tabor, presso Recanati, il «caro ermo colle» dell’Infinito, l’altro idillio che ogni italiano sa a memoria. Ma per quale gelosa puntualità il Leopardi ricorda che proprio un anno prima era venuto lì a mirare (anzi, a rimirare, che è più intenso e vago e vagheggiante) a rimirare la luna? In qualche appunto scritto e andato perduto (qualcun deve averlo detto), il Leopardi deve aver segnato il mese e il giorno dell’anno precedente («or volge l’anno») che gli era nata in cuore una cara passione. Chè questo era il suo modo intimo e pudico di velarla e svelarla. Ora, il suo segreto lo ridice gelosamente alla luna.


E tu pendevi allor su quella selva,
siccome or fai, che tutta la rischiari.

Cosa disperata esprimere l’incanto leggero di questi versi ben nati. Non c’è che ridirseli, dolci, ascoltando l’intima musica:


Ma nebuloso e tremulo dal pianto
che mi sorgea sul ciglio, alle mie luci
il tuo volto apparia, chè travagliosa
era mia vita, ed è, né cangia stile,
o mia diletta luna.

La confidenza si fa più stretta, più intima; e la luna che in principio era detta graziosa, con un epiteto visivo e un poco esteriore, ora è diletta, d’una dilezione accresciuta dall’affettuoso possessivo che la precede: quasi sol essa degna di ricevere lo sfogo del suo dolente cuore e la storia della sua vita ostinatamente travagliata: «Vedi che son un che piango». E il ritratto del poeta è fissato per sempre: d’un fanciullo dolente e innocente, che spreme felicità da tanta infelicità. Come per sempre è fissato l’accento umano del suo canto e la potenza evocatrice e trasfiguratrice d’ogni sua parola. Sedici versi: pari a sillabe centosettantasei. Sillabe d’eterno.


INVITO AL VILLAGGIO.

E leggiamo anche il Sabato del Villaggio, il momento più felice della sua poesia. Tutto chiaro, sereno, senza residui; dono celeste. Conosciutissimo. Non si apre un’Antologia senza incontrarlo. Noi stessi, se volessimo rintracciare nella memoria il primo incontro con esso, dovremmo rifarci ai primi libri aperti: tempo di rosa rosae. Allora fummo principalmente colpiti dalle cose che vi si muovono dentro: la ragazza che sulla sera torna dal campo con erbe e fiori; la vecchierella che fila sull’uscio di casa; i fanciulli che saltano sulla piazzola; e il zappatore che fischia e il falegname che sega, e certi chiari di luna sul sagrato, fantastici. Anzi, poco mancò che nella donzelletta non vedessimo proprio nostra sorella, e nella vecchierella nostra madre; nostro padre nel zappatore, e, tra quei fanciulli, non trovassimo noi stessi, proprio noi, al nostro paese. Certo che non ne abbiamo capito di più. Nella beata età delle illusioni, come capire l’amata poesia che ha cancellato tutte le illusioni e perduto tutti i paradisi? Ma c’è ne rimasto in bocca l’aroma, e il suo chiarore nella memoria. Ad aiutare il senso domestico e caro dell’idillio, giovava il titolo paesano, Il sabato del Villaggio, e la sorgiva musica dei versi e le rime pudibonde, che pareva suonasse un campanello.
Rileggendolo ora, lo ritroviamo più nuovo e più vero, perché lo rivediamo e sentiamo nella trasfigurazione dell’arte. Lo accostiamo con un’altra preparazione, una più sensitiva disposizione dell’animo, che l’avverte come la poesia ha raggiunto l’assoluta semplicità e immediatezza di espressione: si è scrostata d’ogni ornamento superfluo, d’ogni eleganza gratuita e illusa; s’è fatta limpida e nuda. Arcana musica. Velo fuggente.
Anche qui, tre tempi. Primo tempo, o degli incantati ritorni. Secondo tempo, o del villaggio dentro la luna. Terzo tempo, o dell’amara conclusione. I primi due sono di ispirazione descrittiva o di idillio vero, amorosa contemplazione del fatto naturale; il terzo tempo è meditativo o riflessivo. È chiaro che i primi rappresentano la parte liricamente più perspicua; l’altro, la più filosofica e gnomica, il pensiero di Leopardi.


(Primo tempo)                

La donzelletta vien dalla campagna
in sul calar del sole,
col suo fascio d’erba, e reca in mano
un mazzolin di rose e di viole,
onde, siccome suole,
ornare ella si appresta,
dimani, al dì di festa, il petto e il crine.
Siede con le vicine
su la scala a filar la vecchierella
incontro là dove si perde il giorno;
e novellando vien del suo buon tempo,
quando al dì della festa ella si ornava
ed ancora sana e snella
solea danzar la sera in tra di quei
ch’ebbe compagni dell’età più bella.

Musica o pittura? Musica e pittura, poesia, canto; che parte da un villaggio remoto delle Marche e arriva ai confini del mondo, ai confini dell’anima, di tutte le anime ascoltanti. Una «donzelletta» nella fragranza d’un fascio d’erbe, e una «vecchierella» nell’argento dei capelli e della stoppa: vive, vive per sempre! È bastato che il poeta la introducesse nella sua allegoria ritmica, perché la espressione si familiarizzasse, e ogni parola acquistasse la massima confidenza, il massimo rendimento. Vien voglia, questi versi, di riprenderli uno a uno. La donzelletta vien dalla campagna... E par che balli, sul tempo creato dagli accenti dell’endecasillabo, il quale entra morbidissimo, e proprio con movimento di danza, nel settenario seguente: in sul calar del sole; che è (rubato ad Annibal Carlo) una semplice proposizione temporale implicita; ma, così come è stesa, dà l’indugio accorato del sole che sa di morire. E non par cavato da una canzone di popolo quel mazzolin di rose e di viole — fresco come toccasse la natura? Anche se al Pascoli quel mazzolino non andava giù. Diceva ch’era impossibile, perché le rose e le viole non vengono al medesimo tempo, ma le viole vengono in marzo e anche prima, e le rose in maggio e anche dopo. Aggiungeva (strano) che le ragazze di campagna non amano ornarsi di questi fiori. Sofisticherie di poeta che pur sapeva essere tanto fino. Prima di tutto dimenticava una sua stessa ricchezza: quella bacchetta magica, al cui tocco il poeta può far fiorire i fiori che vuole e quando vuole. Poi viola presso la gente dell’Italia media non indica solo la mammola ma altri vaghi fiori. Insomma, «ros’ e fiori»: come nelle favole, nei miracoli.
Ora notate la rima al mezzo della parola interna festa che consuona con appresta, mentre segna il finire del settenario (domani, al dì di festa) e l’inizio del quinario (il petto e il crine). Questo, della rima al mezzo, è un fatto assai caro al Leopardi e fa l’effetto d’un chiaro campanello che giunge inaspettato, echeggiando, e dà allegria. Lo trovi anche più sotto, bottega e sega; adopra e opra e (meno scoperto) mensa e pensa. In fretta, notate l’onde che incomincia il quinto verso, ed è la sola cosa pesante in tanta levità di accenti.
Siede con le vicine — su la scala a filar la vecchierella... È la seconda figura che entra in scena. Veramente non ci entra sola, ma in compagnia delle «vicine». Quasi un quadro di Parche; più dolci di quelle antiche, più umane, a giudicarle dai discorsi. Però le «vicine» (come rima, è ancor irrorata da suono ridente di crine; come termine, è dialettale e evangelico: «chiama le amiche e le vicine a far festa») restan nell’ombra; in piena luce appare solo la «vecchierella» bianca di capelli e di memoria. Se la «donzelletta» cercava la felicità nell’attesa della festa (ornare ella si appresta — dimani, al dì di festa...) «la vecchierella» la ritrova nel ricordo della festa (quando ai dì della festa ella si ornava). È la teoria del Leopardi sul piacere: che è solo nell’attesa, o nel ricordo. Realtà negativa. E la teoria, è meglio espressa sul finire dell’idillio.


(Secondo tempo)                

Già tutta l’aria imbruna,
torna azzurro il sereno e tornan l’ombre
giù da’ colli e da’ tetti
al biancheggiar della recente luna.
Or la squilla dà segno
della festa che viene;
ed a quel suon diresti
che il cuor si riconforta.
I fanciulli gridando
su la piazzola in frotta
e qua e là saltando
fanno lieto rumore;
e intanto riede alla sua parca mensa
fischiando il zappatore,
e seco pensa al dì del suo riposo.
Poi quando intorno è spenta ogni altra face
e tutto l’altro tace,
odi il martel picchiatore, odi la sega,
del legnaiuol che veglia
nella chiusa bottega alla lucerna
e s’affretta e s’adopra
di fornir l’opra anzi il chiarir dell’alba.

Nei primi quattro versi c’è aura e ritmi di Virgilio; né potremmo meglio testimoniare la loro incorruttibilità. Quella animazione di «ombre» che cadon giù «da’ colli e da’ tetti» è proprio sua: «Torna azzurro il sereno»: rivela il visivo, il compaesano di Raffaello. Prima, per la presenza del sole, il cielo era sereno ma come sbiancato; ora torna turchino. Al biancheggiar della recente luna... D’una pienezza insolita, dovuta al suono ampio del verbo, frequentativo; ma, chiuso nella memoria, il verso ci fa compagnia per sempre. Una nevicata lunare: un argento di luna che ci capita addosso e ci irrora, e le case egli orti e la nuda notte e le tacenti stelle, che impallidiscono. Quanti potremmo chiamargliene vicini, della stessa qualità! «Sotto limpido ciel tacita luna — Inargentava della notte il velo»; eccetera; ma di splendore più vibrato, questo li vince tutti. Non è possibile, a questo punto, non pensare a un altro «invito al villaggio» con la medesima poesia della sera in campagna. «C’era infatti quel brulichio, quel ronzio che si sente in un villaggio, sulla sera, e che, dopo pochi momenti, dà luogo alla quiete solenne della notte». Il lettore sa dov’è. Anche là le parole tornano rasserenate, assolte. Né si lasci sfuggire lo stupore rapito di quel vero verso «alla quiete solenne della notte» che ne suscita un altro da un altro capitolo «alla quiete solenne della morte»; e tutt’e due si ritrovano nel foscoliano: «Forse perché della fatal quiete...», più disperatamente fantastico e orchestrato.
«Or la squilla dà segno — della festa che viene, — ed a quel suon diresti — che il cuor si riconforta...». C’è dunque ancora qualche cosa che può confortare il dolente cuore del poeta: il suono d’una campana. Tutte le parole illustri sono scomparse da questa canzone cordialissima. È rimasto, e non si sa come, riede per torna; che però scivola via tra il bellissimo fischiando e il lieto rumore. Ma tutto il verso (e intanto riede alla sua parca mensa) più che del Leopardi, è del Tasso, anche per quella inerte reminiscenza della «parca mensa». Più sotto, face per lampada; e sta male in mezzo a tanta bela lingua chiara, cara, nostra.


(Terzo tempo)                

Questo di sette è il più gradito giorno,
diman tristezza e noia
recheran l’ore ed al travaglio usato
ciascuno in suo pensier farà ritorno.
Garzoncello scherzoso,
cotesta età fiorita
è come un giorno d’allegrezza pieno,
giorno chiaro, sereno,
che precorre alla festa di tua vita.
Godi, fanciullo mio, stato soave,
stagion lieta è cotesta.
Altro dirti non vo’: ma la tua festa
che anco tardi a venir non ti sia grave.

Siamo all’amara conclusione, che nemmeno la parola festa, ripetuta cinque volte nel corso dell’idillio, sa render meno amara. Dice: oggi... oggi...; domani, domenica, le ore recan tristezza e noia, e ciascuno, per consolarsi, tornerà col pensiero al solito lavoro del lunedì. «Garzoncello scherzoso...». Intendi: sia sempre un sabato la tua vita: una vigilia, un’attesa. Solo nell’attesa è la gioia e il piacer vero. Mentre dovrebbe preparare alla festa del giorno dopo, il sabato esaurisce la festa (la gioia) in sé.
Lo dicono il «pessimismo» del Leopardi. Forse si tratta solo d’una sensazione di esperienza universale e comune. Forse è meglio cominciare a parlare di «sereno in Leopardi», e esaltare i versi e i luoghi dove esulta la sua «odorata primavera», il suo lume di gioventù; il suo perpetuo canto.

[Pavia, 1937]


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  Vedi anche altri studi di Cesare Angelini su Giacomo Leopardi