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CESARE ANGELINI

ADOLFO ALBERTAZZI

In Cesare Angelini, Cronachette di letteratura contemporanea,
Boni Editore, Bologna, 1971

***


Adolfo Albertazzi


Il nome dell’Albertazzi compare poco sui libri di critici. Non è uno scrittore alla moda, e, forse, non lo sarà mai, per quel più di «letterario» che è in lui, educato alla scuola severa del Carducci.
Nel 1914, un tizio, capitato in Romagna, ne parlò su una rivista del luogo [Cesare Angelini, Adolfo Albertazzi, in La Romagna, XII, 1915, n. 3-4, ndr], piuttosto lunghettamente. Era forse il suo primo scritto per il pubblico; non più d’una incauta esercitazione in cui di buono non c’era che una ragionata e moderata simpatia per lo scrittore romagnolo di Castel San Pietro e un sentimento di gratitudine alla terra che lo ospitava.
Fatto è che quando, qualche anno dopo, qualcuno volle raccogliere per una collana un gruppo di novelle dell’Albertazzi, non trovò per la bibliografia che quel povero articolo, criticamente certo poco sostanziale.
Ma ora, dopo la guerra, le cose paion cambiate; e se le riviste e i giornali lo cercano e lo stampano, i critici ne parlano con riguardosa attenzione. Sappiamo che Papini e Pancrazi, in una ristampa dell’Antologia dei poeti d’oggi introdurranno anche il suo nome, dimenticato nella prima edizione.
Per fortuna il valore è una cosa diversa dal successo, e aveva ragione il Serra quando nel volumetto delle Lettere lo collocava in un posto che pareva dei primi, tra i carducciani.
Così si può dunque discorrere d’un Albertazzi scolaro del Carducci, ma d’uno scolaro che continua il maestro con elementi suoi, autentici e nuovi, col diritto d’essere giudicato in proprio. Il punto di partenza può essere il Carducci, ma l punto d’arrivo è lui, l’Albertazzi; tant’è vero che nella lezione imparata c’è sempre una proporzione di creazione.
È di vecchia data la sua fedeltà al maestro; da quando curava per Zanichelli l’edizione popolare delle sue opere in una quarantina di volumetti color mattone, che certo ebbero la loro parte di beneficio pratico nella diffusione della conoscenza del poeta. E anche oggi egli vien presentandolo sui giornali ora nella sua qualità di scrittore ora in professione d’uomo. Gustosa fatica che è soddisfazione d’un debito che egli paga, in margine alla sua attività di novelliere.
E novelliere, fra i più validi della sua generazione, l’Albertazzi lo è per temperamento, per una felice e istintiva disposizione dello spirito, conservando lineamenti d’una asciuttezza e salute tutta italiana.
Il lettore conosce Il Zucchetto rosso (1910), Amore e Amore (1914), Il diavolo nell’ampolla (1918), Facce allegre (1920), dov’erano sempre almeno due o tre novelle da salvare, per limpidezza di concezione, per felice esecuzione, per novità psicologica, per finitezza di contorni e sicura materia lessicale. Ora faccia conto che queste stesse qualità — umorismo compreso — si siano mirabilmente ritemprate, e avrà l’ultimo Albertazzi, quello di Asini e compagnia, Sotto il sole, e Top (1922), in una scrittura che mantiene sempre una sua sicura altezza. Novelle costumate, senza divagazioni o vanità; sorrette da un’austera legge d’economia, che fa di lui uno dei nostri scrittori più degni. (E se parleremo di stile, non pensate al cesello ma all’incisione.)
Vedete il cane dello zio Prospero o A Sant’Elpidio, dove, ammesso quel tanto di lirico che basta a coprirne lo scheletro narrativo, è mirabile la struttura lineare e compatta. L’Albertazzi non gioca mai col colore o col vocabolario: anzi, se al secondo ha messo, per così dire, un limite, quanto al primo s’impone una specie di decorosa povertà.
Per questo l’Albertazzi ci pare il più adatto a trattare certe situazioni psicologiche e dolorose verso cui piega il suo animo pensoso. In verità, quasi tutte tragiche sono le situazioni che vi si incontrano. Sarà un caso ma, qua dentro, tutti muoiono; compreso il povero Top; il cane che resta vittima della gelosia d’uno zio cotto per la bella nipote che va sposa. L’Albertazzi sa che il dolore vincola più dell’amore, e forse qui, come, del resto, ne’ suoi momenti migliori (ricordate la finale dello Spino in Zucchetto rosso o di Viole in sotto il sole) meglio rivela l’abitudine spirituale con la quale guarda le cose, e il suo disagio d’uomo cui contrista la nostra condizione di dover certamente morire.
Spesso l’Abertazzi è nominato vicino al Panzini. A parte le affinità regionali, l’Albertazzi è ben lontano dal Panzini e dal suo lirico tremolio. L’Albertazzi è compatto d’anima e di stile; il quale — stretto e rapido — fondendo gli avvenimenti in alcune parole centrali e ben collocate, sopprime i tempi e crea prospettive dilatate; o, se si esercita sui personaggi, li dà vivi e balzanti con preciso rilievo. Le sue figure passano via ricche di passione da far splendere anche l’ombra. Quest’è una donna di Romagna: «Più che il nome — Adalgisa — rammento invece della novella sposa: il sorriso che pareva splendere da tutta la sua persona: un’immagine di luce nella oscura casa campestre, tra la reggitora vecchia cadente, la cognata oppressa dalle faccende familiari, gli uomini rozzi. E nel campo, tra il verde, così: la scorgo, la Gisa, venir dal rio per la costa recando sul capo il cesto della biancheria lavata e tenendo con le braccia nude, la gonna sostenuta da un lato, alla cintola, per aver libero il passo; i capelli biondi scomposti, e il sole che pareva tutto per lei».
Il ritratto è disegnato con tocchi rapidi e maestri. Ora, accostandoci meglio alla sua tecnica, diremo che l’Albertazzi spesso riesce a veri risultati artistici con molto poco; isolando, poniamo, taluni elementi della preposizione con una felice punteggiatura da cui pigliano spicco; o impegnando un aggettivo in funzione di participio latino, o collocando meditatamente la parola lì invece che altrove.
Anche il paese dell’Albertazzi ha sempre un suo rilievo particolare, mescolando con garbo sapiente paesaggio e azione. Questa è una sera in provincia: «Sedevano a solatio davanti alla casa e di lato al pozzo e alla catapecchia ov’erano il forno, il porcile e il pollaio. Sotto al fico, dal piede bianco di cenere, la Filomena dipanava matasse all’arcolaio e cantarellava a bassa voce; Elena, seduta sulla panca del bucato, tra l’olla e la siepe su cu asciugavano fazzoletti e borracci, cuciva e guardava le galline che andavano a letto. Montavano per la piccola scala sbalzando a una a una di piolo in piolo e misurandosi ogni volta, con la testa alta, allo slancio. Su! Ma lassù, là dentro, seguiva un rimescolio di voci e di proteste; e alcune malcontente atterravan di volo e tornavano a beccare nel truogolo. Tra i galletti, a terra, intervenivan le ultime risse... Ma già il porco domandava, a suo modo, la cena; e quando il sole calante accendeva d’una luce d’oro la montagna di là dai monti, stupenda, la vecchia s’alzava per accontentar il porco, povera creatura, e preparare, dopo, la cena dell’ospite». (Bellissima. Ne ha più belle il Verga?)
Non meno bella è quest’altra pagina. E vorremmo approfittarne per notare un certo insaporamento di fantasia letteraria. Splende sulla pagina casta un lume di paesaggio leopardiano recuperato attraverso echi di parole e toni sapienti. Elena Bianchi va maestra, la prima volta, lassù, tra i monti, a S. Elpidio. Lungo, interminabile il viaggio. «Gravavano tedio e silenzio. E se la siepe diradava o cessavano i filari degli olmi, appariva, a sinistra, la costa montana, che nebbiosa, senza cime, escludeva l’orizzonte con limite uguale e dava pur essa il senso di una solitudine lunga... La strada rasentava la riva del fiume, che precipitava a picco, profonda; e il fiume, svelato d’un tratto, spaziava bianco sul greto, brillava a raggi intermittenti nell’acqua: la sponda opposta declinava verde, folta, sparsa di case... Congiungeva le rive un nuovo ponte a begli archi: sorgevano sullo sfondo le montagne, prima azzurre, quasi a respirare nel cielo sereno; poi svanivano in una luce cinerea.
— Sant’Elpidio — disse il vetturale.
E in quella dilatata ampiezza, dall’una all’altra di quelle ariose rive, correva, come per affrettarsi avanti il morir del giorno una vita possente di suoni e di voci».

Non ne diremo di più, benché altri richiami fermino la nostra lettura: per esempio, dove parlando degli uccelli, li nomina senz’altro le più liete creature del mondo, definizione presa dall’elogio famoso. Né le parole hanno un sonum furti: segni piuttosto d’un innesto sulla tradizione viva, indizi d’una consentaneità di intuizioni col perfetto mondo dei classici al quale l’autore fu educato.
Da un pezzo non leggevo novelle così colme d’un senso d’antico riposo, da farci pensare alle novelle di una volta. Sulle quali anzi possono avere il beneficio d’un maggior abbandono fantastico e la consolazione di particolari deliziosi, come comporta la nostra moderna natura di gente ombratile e sensitiva: particolari di donne che prendono il sole; di bracchi che impazziscono a levar passeri dal seminato; di merli e cardellini che scendono a bere alla fontana, invitati dalla gaiezza fragorosa; di bimbi che discorrono qual sia più furbo, se il fringuello o l’avèrla, e si divertono al gioco della chiusa a sorprendere le idrometre lungo i rii dove l’acqua scorre placida e poca. Il vigoroso chiaroscuro de’ suoi quadri creato dalle linee sobrie, divien luce d’argento quando si tratta di bimbi e della loro innocenza. L’autore più prevale, direbbe un critico antico, quando pinge fanciulli e ragazzòle. Veramente qui la sa lunga, e non pare sia mai uscito, con l’anima, da quella età soave.
C’è, in Zucchetto rosso, la novella dello Spino, che basterebbe da sola a farci amare tutto il volume: come un sol fiore, al dire del Novellino, può, talvolta, farci piacere tutto un orto. Protagonisti ne sono due bimbi, Carlino e Rosinella. I due fratelli, che han trovato la pentola, la pala e gli altri arnesi necessari, vanno a pescare nel rio, lungo l’acaciaia. Nell’andare «la bambina si arrestava a quando a quando, trattenuta d’improvviso o da un sospettoso scroscio di foglie secche (una biscia?) o dalla irresistibile voglia delle more che, tra le molte ancor rosse, le si offrivano con gran pericolo della pentola, grosse, succose e nere». Finché giungono dove «al rio confluisce spumeggiante un ruscelletto, che con la sua cascata chiama a bere i merli e i rosignoli, le tortore e le ghiandaie».
Discendon nel ruscello dove l’acqua passa trepida e bruna; e mentre Carlino fa, con terra soda, la chiusa, Rosinella dà la caccia alle idrometre che vanno a ritroso della corrente. «Cavallini biricchini, se vi piglio! Ella gioiva alla frescura dell’acqua che le lambiva le piante; ma i sassi aguzzi le impedivano di avanzare alacre; e comodamente, difilate, le idrometre navigavano in frotta senza badarle, quasi non udissero le sue minacce».
Carlino cerca i pesci. Dove sono? domanda alla sorella, stanco di buttar acqua oltre l’arginello. «Rosa lo confortava: I pesci son scappati nelle casine là sotto. Diranno: ci sono i ladri. Fa presto, dunque, Carlo!».
E mentre il fratello riprende il gettito, Rosa muta gioco: s’occupa dei sassi. «Che bei sassi più in là nella trasparenza dell’acqua pulita! Ce n’era dei gialli a strie più cariche; dei bianchi lisci lisci, con qualche macchiolina bigia; dei rossicci che a premerli sui bianchi li tingevano; dei grigi o azzurrini. Altri erano di color perso. Ma fin che restavan bagnati, restavan belli; asciutti, sbiadivano: parevano inruvidire. Rosa cantarellando li raccoglieva...».
Si pensa a un verso agiatissimo: Litora nativis praelucent picta lapillis. O anche (perché no?) a certo latino di messale dove si parla di ciottoli che ritengono il brusio dell’onda da cui furon cavati: Deus qui de vivis et electis lapidibus...
Ma la forza del narratore è messa alla prova in certi particolari: nel dire una di quelle cose che, per esser le più quotidiane, son talvolta le più restie all’espressione.
Qui è un bimbo che raduna e lega un fascio di stipa per bruciarla: «Sapeva già compor le fascine a mo’ degli uomini. Con un vinco. Ne attorcigliava la vetta a cappio, sottoponeva il legame alla stipa, la calcava col piede, e introducendo nel cappio l’altra estremità del vinco, lo tirava e torceva in groppa sì che tenesse la presa. Poi si addossava il fastelletto e portandolo addosso ricurvo si credeva che chi lo guardava lo stimasse un uomo». Ma più difficile è costruire un archetto per pigliar le buferle! «Marco piegò ad arco un ramoscello, e lo tese per bene con uno spago doppio a scorsoio. Se non che non sapeva ancora la giusta distanza dei nodi, né trattener l’uno col piolo che, quando la vittima capiterebbe su la corda, cadrebbe, e l’arco scatterebbe serrando e stringendo le povere gambe fra l’altro nodo e la cocca».
Sicurezza lessicale e stilistica che fa pensare a situazioni molto simili superate dalla irraggiungibile arte del Manzoni. Ad Agnese, per esempio, che, levati i capponi dalla stia, riunisce «le loro otto gambe, come se facesse un mazzo di fiori, le avvolge e le stringe con uno spago e le consegna in mano a Renzo». O a fra’ Galdino che attorciglia quasi con eleganza l’imboccatura del sacco. O anche al sarto del ventiquattresimo capitolo; che «messo insieme un piatto delle vivande ch’eran sulla tavola, e, aggiuntovi un pane, mette il piatto in un tovagliolo, e preso questo per le quattro cocche, manda la bimbetta maggiore da Maria vedova perché sia un po’ allegra co’ suoi bambini».
Richiami che ci permettono di notare quant’abbia potuto sulla modesta arte di questo carducciano la grande modestia del Manzoni.

[1923]



* Mi piace riferire l’epigrafe che, alla sua morte (1924), dettò Giuseppe Lipparini. «Adolfo Albertazzi — della scuola di Giosuè Carducci — trasse italica dignità — alle lettere amene — Artista purissimo e dei primi — vera gloria nostra».