CESARE ANGELINI

LATINO DI MESSALE

In Cesare Angelini, Carta, penna e calamaio,
Garzanti, Milano, 1944

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Messale d’epoca, ottocentesco. I Messali di cui Cesare Angelini si serviva nel celebrare Messa in latino, come era sua consuetudine, anche negli anni post conciliari. Interessante, a riguardo dell’abolizione della Messa in latino — Concilio Vaticano II, 1969 —, da un quaderno autografo di Angelini (Il diario delle Messe), la seguente nota:
«30 nov.[embre] [1969]
Oggi, Iª Dom.[enica] d’Avvento, si è inaugurato in tutta la Chiesa Cattolica il Novus Ordo della Messa. Io sono autorizzato dal Vescovo a continuare a dire la Messa come una volta; la Messa che ha fatto tanti Santi: augurando alla nuova di farne altrettanti».


Dev’essere Moréas che spesso e volentieri si rileggeva il latino del Breviario e della Messa che, per non essere sempre un latinorum, è ricco d’oro nascosto; e se ne giovava per il suo lavoro. Potremmo giurare che in fondo a questo suo gusto c’era un po’ di quell’estetismo che Arthur Rimbaud denunziava per suo conto: «J’aime les peintures idiotes, les enluminures populaires, la littérature demodée, le latin d’église...». Indubbiamente egli metteva le mani su una materia delicata e preziosa; ed è un peccato che questi libri si conoscano poco o non si conoscano affatto e si lascino solo ai sacerdoti come ferri del mestiere, o più gentilmente, come arnesi del loro ministero; mentre, conosciuti, costituirebbero un accrescimento di cultura, una viva forza, un rinfrescatoio di poesia.
Attaccare a leggere certe messe, è come prender contatto con un soleggiato poema. L’Introito o preludio, tolto solitamente dal Salterio o da qualche Profeta, fin dal principio dà ali e echi al Rito, ali e echi all’anima. Varia con una stupenda varietà. Uno. «Sitientes, venite ad aquas, et qui not habetis pretium venite et bibite cum laetitia». Il simposio è bandito con giocondità e larghezza. Nemmeno Tibullo quando invita alla festa dei fonti è così limpido e immediato:


pura cum veste venite
et manibus puris sumite fontis aquam.


È chiaro: in Tibullo non c’è la sete, il secreto del vivo: c’è il puro rito: mentre la suggestione di quell’iniziale e naturalmente dieresato sitientes ci porta sull’orlo d’un fonte con il collo allungato e le mani e la bocca nella corrente bellezza dell’acqua. Ad aquas. Il plurale intensivo ha la sua ragione. Il garbo d’un trecentista avrebbe tradotto «andar per acqua» e l’amplificatore avrebbe aggiunto «chiara come ariento».
Ora dunque sappiamo che nella nuova economia la Grazia ha trovata la sua insegna anche in terra: l’acqua; l’elemento perfetto, semplicissimo, mobile e lieto e per se stesso puro; traboccante nella Liturgia, che arriva al bellissimo grido: — Vidi aquam. Ho visto l’acqua, a significare la Grazia.
E sentite quest’altro. «Coeli enarrant gloriam Dei et opera manuum eius annuntiat firmamentum». Cieli narratori, e d’un antico azzurro tolomaico. Cieli eterni che squillano. Nelle parole di andamento solenne e disteso il periodo è potente e aereo come un arcobaleno poggiato sui monti, e par trovi la sua adeguata traduzione in un verso dantesco, di quei del Paradiso: — La gloria di Colui che tutto move... O in quell’altro, anche più aderente: — Chiàmavi il cielo ecc. Tutto il Rito passa sotto l’arco mirabile. Vorremmo aggiungere con discrezione che quest’Introito ha pur nutrita la poesia italiana se in quel firmamentum annunziatore ci par anche di scoprire lo specchio di cert’altri cieli che chiamano, teneri e giovani, nella gran poesia del Manzoni: — Nova franchigia annunziano i cieli... — Sono le parole e i canti che sul velo dell’azzurro leggono scritti i sapienti, per i quali son così vani i nostri libri mortali.
Càpita altra volta di leggere parole come queste, da far ballare il prete sull’altare. A metà febbraio, per l’Apparizione della Madonna. «Flores apparuerunt in terra nostra. Tempus putations advenit. Vox turturis audita est. Surge, amica mea, speciosa mea, et veni». Dove siamo? in una pagina di Messale o in una Ballata di Poliziano? (Io mi trovai, fanciulle, un bel mattino...). Olet. La Liturgia vuol creare alla Vergine che visita la terra un paese meno indegno di Lei; e, nella sua casta passione, affretta il dolce tempo a sbocciare di fiori e scoppiare di canti. Chi ha orecchio fino, può sentire a questo l’affettuoso grugare della tortora alla campagna, e odore di viole in lontananza; e, sotto le cantanti parole, questa Madonna che appare in veste azzurra entro un visibile correre di vento, ha tutta l’aria d’una Primavera scesa a sparger musica di apparizioni novelle: Flores apparuerunt in terra nostra. La poesia del Cantico nel suo momento più schietto è tutta qui, in questi versetti a cui manca ogni intreccio sintattico, ogni ricerca d’espressione letteraria, ma contano e cantano per sé, con la pienezza delle sensazioni e degli oggetti buttati lì nudi perché parlino da soli: il miracolo dei fiori apparsi «in terra nostra» (alla campagna, tradurrebbe vagamente il Leopardi), e poi tra i filari la voce della tortora, e la vigna che aspetta il potatore; e, ad animare la prospettiva del quadro, l’apparizione d’una donna e il suo puro viso e il passo di danza. Notazioni e qualità frammentarie. Esclamazioni, alla fine, libere da ogni studio e scaltrezza e coordinazione ipotattica, direbbe il grammatico: membretti giustapposti fra loro per connessione paratattica, evidente riflesso dell’ebraico da cui sono voltati; così pieni di sospiri e tremore e inquietudine, che danno la pienezza della poesia e l’odore della primavera dietro l’orto.
Ma nel Messale colpiscono soprattutto gli Oremus, d’un latino ora commosso e ristorativo, ora telegrafico e asciutto; di sintassi quasi sempre chiarissima, e un fondo lessicale spesso ricco di forme piene e sonore. L’età diverse in cui furono redatti li fa naturalmente diversi; e se alcuni han squisitezze di fioriture virgiliane appena labbreggiate, ne verba tam sacra vilescantHaec sacra nos Domine potenti virtute mundatos, ad suum faciant puriores venire principium»); altri hanno strepito di cartocci secenteschi e contorsioni e faticose antitesi: tempo d’Urbano VIII, se non proprio di suo pugno («Praesta, Pater omnipotens, sine merito quod rogamus qui fecisti ex nihilo qui te rogarent, ecc.»); sciatti taluni e piatti e senza un fiato d’aria che vi circoli dentro, altri, ricchi di sugo e ornati di preziose margarite; su tutti, un riflesso di eternità che li illumina e esalta. Raccolgono nella misura d’un periodo vita e virtù e miracoli del Signore, della Madonna e dei Santi. Echi di feste in cielo. Leggende gloriose da istoriarne vetrate di cattedrali; particolari puerili e gentili da miniarne antifonari e corali. A volte ripetono scene che, se alzi gli occhi dal libro, ritrovi negli affreschi delle pareti: allora il miracolo è completo. Naturalmente per esser stati tutti compilati dopo il secolo IV, sono sparsi di cifre apostoliche e patristiche, i redattori essendo solitamente Papi e studiosissimi Monaci che i Padri li sapevano a mente; i Padri e la Scrittura, la stessa parola di Dio. Talvolta non sai se più ammirare il trattatello di psicologia religiosa o il decoroso gioco delle consecutive e dei participiali o i vocaboli ricchi di suoni celesti. «Da nobis, quaesumus, Domine, unigeniti Filii recensita nativitate respirare, cuius coelesti misterio pascimur et potamur». Oppure: «Coelesti lumine, quaesumus, Domine, semper et ubique nos praveni, ut misterium cuius nos participes esse voluisti, et puro cernamus intuitu et digno percipiamus affectu». Dove, più che mistica o lirica commozione, è da ammirare, secondo il genio di Roma, ordine, parchezza, chiarezza.
Particolarmente interessante il reparto degli Oremus ad diversa; che nella loro qualità di preghiere, riflettono il fabbisogno di questa povera cosa che è l’uomo, sia preso da solo, sia considerato in quanto partecipa all’umana famiglia. A ogni male, c’è il suo bravo rimedio; per ogni onesto desiderio, la sua preghiera a effetto quasi sicuro perché avvallata dalla Chiesa, madre di quei che sperano. C’è l’Oremus per il papa e per il re, per ottenere le lagrime e la pioggia, per far tornare il bel tempo. Le stagioni ci passano coi loro colori e lavori e bisogni. Questi ultimi sono anche i più belli. Càpita, sul finir dell’estate, proprio sotto i raccolti, che il cielo s’imbronci e continui a piovere. Allora, rivolgendosi al Signore dei cieli perché apra un occhio sulla poveraglia e sulle sue necessità, la Liturgia cava fuori l’Oremus ad postulandam serenitam, che è come gridare: — fuori il sole! chiamare il sereno sul mondo. «Quaesumus omnipotens Deus clementiam tuam ut inundantiam cöerceas imbrium et hilaritatem vultus tui nobis impertiri dignèris». Elementi meno puri si mescolano con forme letterarie purissime. Accanto allo straripante inundantiam, non registrato nei vocabolari di classica latinità ma di pieno e bellissimo suono, c’è il plurale di imber, a indicare classicamente rovesci d’acqua e interminabili nembi; imber e non pluvia, che significherebbe pioggia tranquilla in ristoro dei campi. Né vi sfugga la larga hilaritatem, piena d’improvvisa luce (Ecco il sereno...) e che, detto del cielo, lo umanizza e fa gentile e vicino. Il cielo, «l’umido cielo», tornato sereno, è identificato col volto di Dio che torna a sorridere. Si pensa alla situazione classica del Iupiter serenator che è lo stesso che il cielo, come riferisce S. Agostino nel libro settimo del De Civitate: «S’afferma da moltissimi che il cielo sia lo stesso Giove». E proprio del latino d’Agostino s’è provveduto il redattore dell’Oremus; di quel passo delle Confessioni dove il Santo esclama con un sospiro gagliardo: «Videamus Domine coelos opera digitorum tuorum; disserena oculis nostris nubila quibus subtexisti eos».
O è il bisogno contrario. Cielo sconsolatamente sereno, senza mai nuvoli e pioggia. Terra sitibonda e sospirosa di ombre. Uomini e bestie e alberi e erbe abbassano il capo, umiliati. A implorare che in tanta disumana arsura il cielo si commova e sulla terra divenuta un cocente sabbione si rovesci la freschissima grazia dell’acqua, la Liturgia cava fuori l’Oremus ad petendam pluviam, di alta antichità, se lo troviamo nel sacramentario gelasiano e gregoriano. «Deus in quo vivimus movemur et sumus, pluviam nobis tribue congruentem; ut praesentibus subsidiis sufficienter adiuti, sempiterna fiducialius appetamus. Da nobis, quaesumus, Domine pluvian salutarem et aridam terrae faciem fluentis coelestibus dignanter infunde». L’ultima parte vorremmo tradurla col Manzoni: — Dalle magioni eteree — sgorghi una fonte e scenda, — e nel burron dei triboli — vivida si distenda.... Notate la proprietà felice del pluviam (non più imbres), pluviam congruentem, pluviam salutarem: pioggia cortese, benefica, da sguazzarcisi dentro cose e uomini. E la forza di quel dignanter, che tira al grande ed è in Tacito.
Quel Dio «in quo vivimus, movemur et sumus», si sa, è di Arato, citato da San Paolo all’Areopago d’Atene; l’aridam terrae faciem, può esser ricordo di Bibbia, o d’Omero, (o del dialetto); quel veemente fluentis coelestibus con rumore di molt’acqua cadente, un’eco virgiliana. Ma non son tanto le tessere illustri prese da questo o da quell’altro che ci interessano, quanto l’umanità e familiarità nuova e accorata con cui, per bocca della chiesa, la terra presenta i suoi bisogni al cielo. Mirabile questo mescolarsi della religione con l’opera della campagna e le sue esigenze che non fallano. Profonda psicologia della Chiesa che sa fondere le leggi transitorie del tornaconto terreno con le leggi eterne dell’intimo progresso religioso (ut praesentibus subsidiis); e, pur sospingendo a vita eterna, non disdegna di prestare le sue monde parole agli uomini perché preghino ben compensate le opere e i giorni. Che è, in definitiva, lo spirito pratico e concreto ereditato dall’antichissima Bibbia, dove le pioggie e rugiade, e le belle giornate a vento e sole, entravan nel numero delle benedizioni che il Signore si impegnava a mandare al suo popolo.
Ora mette conto d’accennare anche all’Oremus per la Dedicazione delle Chiese. Plastico e tutto puro. «Deus qui de vivis et electis lapidibus aeternum maiestati tuae praeparas habitaculum» ecc. Il lapides vivi et electi è nella prima Lettera di San Pietro, pescatore di pesci e parole limpide; dietro le quali par di vedere la mano di Dio allungata nell’acque trasparenti a scegliere col suo gusto i più bei sassi per la costruzione della Sua Casa. Si pensa a un passo del primo libro dei Re, a David qui elegit sibi quinque limpidissimos lapides de torrente ecc. Limpidissimos; come dire sassi levigati e insoaviti dalla trasparenza dell’acqua. Ma il vivis dell’Oremus è più umano, e nella pagina continua a conservare alle pietre il brusìo delle onde da cui furon cavate. Tessere da inni sacri, se il poeta avesse continuato il primitivo disegno. (Aggiungeremo ora che basta la presenza di quell’habitaculum, riscontrabile tutt’al più in Aulo Gellio, a far la spia che siamo in un latino ruvido e non classico?).
Però il lettore che anche solo vagamente conosca com’è orchestrato il poema della Messa, sa che una delle parti più auguste del Rito è il Prefazio, il quale, per la sua natura di «cantata», raccoglie molto elemento lirico sopra un fondo o tessuto fortemente dogmatico e caro. Sicché, arrivati a questo punto del graduale svolgersi del Rito, anche l’oscuro latino del Messale più fruscia d’improvvisi baleni. C’è dei Prefazi che parlano un certo linguaggio da parere riflesso più di conversazioni d’angeli che d’uomini, dove anche i misteri e gli uffici più delicati sono adombrati con lieto pudore. Cito quel della Messa da requiem, che più degli altri dà consolazione. Dice o piuttosto canta: «Vere dignum et iustum est, equum et salutare, nos tibi semper et ubique gratias agere... per Christum Dominum nostrum. In quo (il bello è qui) in quo nobis spes beatae resurrectionis effulsit ut quos contristat certa moriendi conditio, eosdem consoletur futurae immortalitatis promissio. Tuis enim fidelibus, Domine, vita mutatur non tollitur, et dissoluta terrestris huius incolatus domo, aeterna in coelis habitatio comparatur». Bel latino, dove la forza scolpita di Paolo e l’ornata eleganza di Agostino si mescono e splendono. È possibile notare anche certe vivaci allitterazioni che la lingua, a leggerle, saltella (Vita mutatur, non tollitur); o l’armonioso complesso del periodo dove le coordinate e le subordinate abilmente s’intrecciano; e la pia eleganza con la quale è impiegato, poniamo, un ablativo assoluto (et dissoluta terrestris huius incolatus domo...), o non so che altro che dà alla pagina un suo fermo splendore.
Ma tutto questo è grammatica; mentre è chiaro che la bellezza di questo latino è altrove: in quegli elementi di umana e divina consolazione che esso contiene, e ci toccano come uomini veri, da farlo il Prefazio della tristezza consolata. Isolate il quos contristat certa moriendi conditio, e lo sentirete in tutta la sua squallida grandezza; massime quel conditio che, lì dov’è, ha un impiego doloroso e nudo, quasi a dire: si vive a questa condizione: conditio moriendi. Ho cercato un poeta che mi prestasse un verso per tradurre queste parole, e mi sono trovato vicino Leopardi; ma nessun verso basta, ci voglion tutti i Canti. Fortuna che a rompere la prigione del dolore, c’è subito una finestra che s’apre sull’eternità: eosdem consoletur futurae immortalitatis promissio. C’è tutta la dottrina di Paolo sulla risurrezione dei morti, raccolta nella 1ª lettera ai Tessalonicesi e in quell’altra ai Corinti; la fede del Cristianesimo primitivo: i morti dormono un breve sonno nel sepolcro e poi risorgono in eterno. Il concetto è quello: la risurrezione intesa come vittoria sulla morte ottenuta con Cristo e in Cristo, da coloro che han chiuso gli occhi nel suo santo bacio: — In quo effulsit spes beatae resurrectionis...
Però la forza della pagina s’ha l’impressione che cresca nella seconda parte. E forse è un’illusione; è solo il fatto di splendere che s’aggiunge a splendore. Lumen de lumine. Rileggiamo: «Tuis enim fidelibus, Domine, vita mutatur non tollitur...» Che c’è dentro queste parole, d’aspro suono alla fine, ma che tanta gioia e certezza danno al nostro cuore, vecchio e ferito e colpito dai segni delle separazioni più dure? Il refrigerio della verità. Parole come queste, col loro tono di cose definitive ed essenziali non si trovano che per dare il sigillo alla verità e si regalano al mondo per sempre. L’uomo può dirsele e ridirsele fino a consumarsi la saliva; ma esse non esauriscono la loro dolcezza profonda. Vita mutatur, non tollitur. E l’aria vibra della presenza degli spiriti cari che ci hanno lasciati corporalmente, ma la loro realtà esiste e resiste oltre la scomparsa del corpo onde prima era presa. Il redattore del mirabile Prefazio aveva presente un luogo di Seneca, quello dell’epistola 35ª, ove dice: «Mors quam pertimescimus et accusamus, intermittit vitam, non éripit; venit iterum quis hos in lucem reponat dies»? Parole e suoni che s’assomigliano: e vi balenano riflessi del Fedone.
Ancora: «Dissoluta terrestris huius incolatus domo, aeterna in coelis habitatio comparatur». Par di sentire questa povera nostra terrena «casa d’affitto» che crolla col suo meschino fragore; mentre in lontananza sorge, grande come una Reggia, la Casa del Padre, spalancando Atrii luminosi e ospitali.
Abbiamo voluto segnalare una delle pagine del Messale e del suo latino quanto mai ricca d consolazione. La funzione della Chiesa: spargere forti e certezze nel cuore de’ suoi figli battuti dal dolore, che assai spesso muoion di sete presso la fontana.


[Su suggerimento del caro amico Gian Paolo Nardoianni, da lunghi anni assiduo lettore e devoto estimatore di Cesare Angelini, all’ultima versione di Latino di Messale, pubblicata in C. Angelini, I doni del Signore, Bignami, 1970, abbiamo preferito una precedente versione, pubblicata in C. Angelini, Carta, penna e calamaio, Garzanti, 1944. Nardoianni, a riguardo della scelta della versione del 1944, scrive: «Versione che scorre armoniosa, piana, dolce come un rivolo di latte e miele ed ha inoltre un tono arguto, colloquiale, veramente manzoniano, che è quasi del tutto assente nella versione pubblicata in C. Angelini, I doni del Signore, Bignami, 1970».]

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Il Messale — conforme al Concilio Vaticano II — regalato dal Seminario Vescovile di Pavia a Cesare Angelini, in occasione del 60° della sua consacrazione sacerdotale. Cerimonia tenuta nel Seminario di Pavia, il 30 novembre 1970.