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CESARE ANGELINI

IL LIBRO DELLE DEDICHE
(testimonianze di amicizia)



Cesare Angelini, Il libro delle dediche (testimonianze di amicizia), a cura di Fabio Maggi, prefazione di Paolo De Benedetti, Pavia, Edizioni Tipografia Commerciale Pavese, 1995.



PREFAZIONE DI PAOLO DE BENEDETTI


In un mio breve saggio, intitolato La lima di Angelini¹, scrivevo: «Un genere letterario di cui non si è fatta storia è quello delle dediche: non le dediche stampate nei libri antichi né quelle che oggi accompagnano i libri ai recensori nei cosiddetti “invii stampa”, ma le dediche vere, scritte con la penna dall’autore donando una copia a un amico. In questo genere, di difficilissimo equilibrio, Angelini è stato maestro. E sarebbe bello che i suoi amici raccogliessero e comunicassero (cioè mettessero in comune) le dediche scritte da lui».
Questo auspicio si realizza ora, grazie all’iniziativa — tanto intelligente, esauriente e accurata quanto instancabile, paziente e fortunata — di Fabio Maggi, giovane pronipote di Angelini.
È con grande gioia che ne saluto il risultato: un risultato che, nella bibliografia angeliniana, non mi sembra affatto minore.
Un libro, quando vede la luce, è pubblicato per tutti, l’autore non sa, e non deve sapere, a chi giungerà. Il libro esce dalla casa paterna come un figlio che si avventura nell’ignoto, e di cui il padre perde le tracce. La dedica (non certo quelle ridotte a un “cordialmente” senza neppure il nome del destinatario) lo trasforma in una lettera, in un dialogo a due. Una lettera e un dialogo in cui Angelini lascia vedere o intravedere l’immagine che ha del destinatario — o che vuole rimandargli —, e il legame che vuole stabilire tra quello e il libro offertogli. E anche l’immagine che vuole dare di sé. Questa immagine comincia dal modo di firmarsi: quasi sempre “Angelini”, solo cognome, senza il nome Cesare (e si capisce che di questa identità ossimorica preferisse gli angeli al condottiero), ma anche A., C.A., “L’umile annotatore Cesare Angelini”, “lo zio ‘scritturicchio’”, “Angelus nuntiator”, “Angelini sempre in viaggio per Pavia”, il “povero Angelini”, “Angelus sine coelo”...
E poi, il modo di parlare ai destinatari: ora confidenziale e sorridente, ora nostalgico, ora riguardoso e solenne (per es. a Paolo VI), ora ironico e autoironico. Si resta stupefatti di quanti nomi di una grande stagione letteraria ormai sparita e non sostituita girino in queste dediche, dei legami di affetto e non solo di stima e colleganza che univano Angelini ai Falqui, ai De Robertis, ai Contini, agli Antonicelli, agli Spadolini, ai pavesi illustri. E accanto a loro, sullo stesso piano gli amici “privati”, i nipoti, i parenti, i confratelli. Tutti e ognuno coinvolti nel libro donato, in un personalissimo “circolo ermeneutico” tra le pagine offerte, il dedicatario e l’autore. In tal modo lo stesso libro dedicato a persone diverse mostra talvolta come sfaccettature diverse che Angelini sottovoce accenna e suggerisce. Emergono così spunti critici e spunti lirici, letizia e malinconia, torna la sua voce, tornano i suoi gesti, si è riaccolti nel suo studio, quello del Borromeo, quello di via Luigi Porta, quello di via Sant’Invenzio. Sono i tre luoghi, pieni delle silenziose presenze qui disvelate in parole, donde queste dediche sono partite, piccoli messaggeri di poesia e di amicizia, che ora si offrono ai lettori, quasi invitandoli a origliare e a “vivere coi poeti”.

Paolo De Benedetti

1) in AA.VV., Angelus sine coelo, Torchio de’ Ricci, Pavia 1986.




“Il Sole 24 Ore”, Giovanni Santambrogio, 12 novembre 1995