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GIOVANNI MACCHIA

UN CASTELLO DI FIABA PER CESARE ANGELINI

Da Giovanni Macchia, Scrittori al tramonto,
Milano, Adelphi, 1999, pp. 62-65.

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 Cesare Angelini durante una conferenza. 

Fotografia di Giuliano Carraro


Io ho conosciuto Cesare Angelini assai tardi, quando aveva più di ottant’anni e, pur se quella sua ricca chioma, da me ammirata in vecchie fotografie, era andata in parte distrutta, restava ancora un uomo vegeto, robusto. L’incontro avvenne presso il lago di Bolsena, nell’autunno del 1968, in occasione di un premio ch’era stato assegnato l’anno prima ad un poeta quale Piero Jahier, e che, da una commissione di cui facevo parte anch’io, fu dato quell’anno ad Angelini: Il premio della Critica «Emilio Cecchi».
Egli fu talmente felice, modesto com’era, d’aver ottenuto questo pur tardivo riconoscimento alla sua vasta opera, che non cessò più volte di ringraziarmi. Non era la sua, soltanto, espressione di gentilezza e di gratitudine. Era qualcosa di più. A quell’uomo di ottant’anni quel premio era davvero piaciuto. E non solo per la cerimonia della sua assegnazione, una di quelle cerimonie che si assomigliano un po’ tutte, ma per l’avvenimento alquanto insolito che ne seguì.
Quando infatti fu notte inoltrata e il paesaggio intorno al lago s’infittiva di tenebre, il grande severo castello di Bolsena, per volontà del giovane munifico proprietario, si animò. Si riempì a poco a poco di un centinaio d’invitati, venuti in gran parte da Roma, eleganti signori e artisti e scrittori e aristocratiche dame e personaggi autorevoli, e Angelini si trovò così al centro di uno scenario che ebbe per lui qualcosa di fiabesco. I numerosi tavoli erano apparecchiati a lume di candela, e quelle grandi antiche sale, scintillanti nel buio, sembravano degne di uno spettacolo rinascimentale. Tutta quella gente e quell’apparato non potevano non colpire il sobrio Angelini.
E, ritornato nella sua Pavia, nell’almo Collegio Borromeo, egli, nelle lettere e nelle dediche di suoi libri che mi inviò, dall’ottobre 1968 in poi, non smise di accennare a Bolsena. E, come accaduto a Pascal che, nel silenzio di Port-Royal, mentre scriveva le sue Pensées, non riusciva a togliersi dalla testa due figure della Commedia dell’Arte, Scaramuccia e il Dottore, viste alla luce di un palcoscenico, quella cena a lume di candela divenne per Angelini un luogo — come mi scrisse — «pieno d’incanti». Non basta. Tra quegli «incanti» prese posto, nella sua fantasia, anche un perfetto cortigiano e letterato del Cinquecento: il commendator Annibal Caro, organizzatore di festini, nella sua qualità di segretario della Casa ducale dei Farnese. Bolsena non era dunque soltanto la città del miracolo, con i suoi marmi tinti di sangue, o (come mi scrisse in un’altra lettera: si era vicini al Natale) «il bel Presepio di Roma e dei romani». Era anche il paese degli «incanti», degli «charmes» e delle poetiche apparizioni.
Queste parole hanno bisogno di commento.

Angelini, si sa, non aveva nulla del prete salottiero. Ma ben sapeva che si poteva essere, insieme, buoni cristiani ed amare in letizia, anche nelle sue espressioni mondane, la poesia. Il suo puro sentimento religioso non disdegnò così i piaceri di una serata passata serenamente tra tanti amici, tutti riuniti per far festa a lui, finissimo interprete e lettore di poeti. Ma quali poeti?
Aveva avuto due maestri, Renato Serra ed Alessandro Manzoni. E cercò entro se d’accordare, non senza un intimo dissidio, l’insegnamento di quelle due anime così diverse, per educazione, per fede, per grandezza, per cultura, pur si crucciava che il suo giovane adorato maestro di Cesena, in tutta la sua breve ed operosa vita, non avesse scritto quasi nulla sul «gran lombardo», meno quelle sue «note» tante volte annunciate e mai pubblicate.
Egli tenne fede a ciò che un giorno, alludendo a Manzoni, gli aveva detto Serra, con le parole di Epicuro: «Nelle lettere, dobbiamo privilegiare una grande anima, e vivere e operare sempre come se quella ci guardasse». È ciò che facciamo tutti noi, quasi quotidianamente. E grazie anche a quei due intercessori, tanto amati, Angelini ebbe quasi due patrie: l’una era quella dov’era nato, la cara Lombardia, e l’altra dove aveva passato alcuni anni della sua giovinezza, la Romagna solatia. E sentì che la terra, i luoghi, i paesaggi erano interamente legati ai poeti che tra essi avevano vissuto. E non bastavano le parole scritte, lette nel proprio studio, per capire che cosa fosse la poesia. Bisognava conoscere le linee dei monti e del piano, il senso delle cose domestiche e rare, tutto ciò che ci fa sentire, come diceva Serra, le memorie cantare.
Perciò tra le pagine più suggestive ch’egli scrisse sul «gran lombardo» restano quelle dedicate alle stagioni nei Promessi Sposi. Nel romanzo, notò, erano rare le apparizioni della primavera che Manzoni aveva la cautela di non nominare «quasi» mai (quattro volte in tutto, e in quei momenti di tetra santità che ne smorzavano il suono troppo nuziale). Nessuna descrizione dell’estate ricca, trionfale, come in Virgilio. Piuttosto egli avvertiva un temperato lume d’autunno, e anche quel famoso cielo di Lombardia, «così bello quand’è bello, così splendido, così in pace», era cielo d’autunno, sentito con l’allegrezza piena e raccolta di un lombardo.
Il Borgo Oleario, ove Foscolo abitava, fuori mano, nella parte orientale della città, andava e va ancora, diceva, tra case probe, solidali, che s’inebriano d’orti e di luna. Era una via levigata dal vento, che scendeva sfiatato dai vecchi bastioni secenteschi, oggi abbattuti, con movenze sobrie, ondulazioni lente. E mai Angelini avrebbe potuto approvare che un nome come quello: Borgo Oleario (quasi fuga nel fiabesco, dai molti oliai che l’abitavano), fosse divenuto, per il malgusto del secondo Ottocento, via Foscolo. Per celebrare un uomo, hanno disperso una tradizione, un colore.
Di questa tradizione, di questo colore, ch’era di bellezza delle cose, Cesare Angelini aveva un rispetto quasi sacro. La poesia, anche la via di un’antica città può serbarla, custodirla. E via Foscolo, già Borgo Oleario, restava per lui una via remota, mite, ove il tempo passava come su una nave, in silenzio. E l’estate vi avvertiva un odore di magnolia e di gelsomini.

1989