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CESARE ANGELINI

PERPETUA

In Cesare Angelini, Variazioni manzoniane,
Rusconi, Milano, 1974

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Illustrazione di Francesco Gonin



Dei molti discorsi fatti quest’anno sui personaggi dei Promessi Sposi, poco è toccato a Perpetua, la serva di don Abbondio; o, forse, niente, neppure un sospiro. È un torto, tanto più grave in tempi di conclamata democrazia, attenta agli umili nella realtà sociale. Perché proprio nel suo ruolo di serva, nel romanzo ha una importanza più che notevole, come — dice il De Sanctis — «contrapposto poetico» del suo padrone. Forse, la popolarità del nome diventato proverbiale, rischia di far dimenticare la figura per farne una categoria un poco umoristica, indicando le fantesche dei parroci. Sapete che nel Fermo e Lucia o primo abbozzo, si chiamava Vittoria; nome troppo trionfale e poco ancillare.
A spiegarne il nome, il Crispolti (manzoniano finissimo e un po’ dimenticato) cita un’ordinanza della Curia saluzzese del secolo XVII, in cui il vescovo prescrive a un parroco: expellenda perpetua ancilla; perpetua dal perpetuarsi dell’ancilla nell’ufficio di servire il suo padrone. Il Manzoni avrebbe avuto sott’occhio il documento, e l’aggettivo perpetua, cacciando il sostantivo ancilla, s’è fato lui sostantivo, nome. Un’opinione rispettabile. Alla quale tuttavia ci sia lecito di preferirne un’altra che coltiviamo da tanti anni: che quel nome il Manzoni l’abbia spicccato dal Canone della Messa dov’è allineato con quelli dell’altre donne del romanzo: Perpetua, Agnese, Lucia, Cecilia...; e il Canone della Messa al pio Manzoni doveva essere più familiare dell’ordinanza curiale saluzzese.
Figura minore ma non davvero secondaria, Perpetua è visceralmente legata a don Abbondio, il personaggio che, ancora secondo il parere del De Sanctis condiviso da tanti critici d’oggi, è artisticamente il più riuscito e, per così dire, il capolavoro del romanzo. Dove c’è don Abbondio, compare anche lei; e dove non compare di persona, ce la mette la nostra mente, come l’ombra seguace e complementare, sempre sul chi va là in difesa del suo padrone.
Nulla sappiamo della sua famiglia; sappiamo solo che era una spaziosa brianzola rimasta nubile fino ai quarant’anni per aver rifiutato, come diceva lei, fior di partiti con almeno due dei suoi pretendenti, il Beppe Scuolavecchia e l’Anselmo Lunghigna; o, come dicevano le sue amiche, perché nessuno l’aveva voluta. Un discorso che potrebbe continuare tra il malizioso e il divertente, ma, alla fine, senza alcun costrutto, anche perché non è rimasto nessun carteggio dei due fidanzamenti. Dunque, meglio dire che l’«accompagnarsi» non era la sua vocazione; ma piuttosto quella di diventare il numero due d’un uomo anche lui celibe per vocazione, e a cui restare affezionata e fedele per tutta la vita.
Dopo l’incontro coi bravi di don Rodrigo, il povero don Abbondio s’affretta verso casa per il bisogno di trovarsi con una «persona fidata» e a cui confidarsi; e, appena dentro, chiama: «Perpetua! Perpetua!», invocazione che nei primi otto capitoli riecheggia come un doloroso grido di soccorso. Ed eccola entrare in scena con la più naturale verità. Vistolo così stravolto e spaventato, per averne la confidenza l’assalta di domande e perfino di minacce, stando «ritta dinanzi a lui con le mani arrovesciate sui fianchi e le gomita appuntate davanti, quasi volesse succiargli dagli occhi il segreto».
È il primo ritratto fisico di Perpetua, resa in un risentimento realistico. Ce n’è tanti altri, tutti vivi e risentiti e sempre con l’aria un po’ guerriera che il Manzoni riconosce alla donna lombarda. Il secondo è subito qui: dopo l’irruzione di Renzo nella canonica in seguito al colloquio avuto con Perpetua sorpresa sulla soglia dell’orto e dalla quale Renzo ha capito che sa, ed è anzi riuscito a carpirle un filo («C’è bene a questo mondo dei birboni, dei prepotenti...») vagamente misterioso del segreto, che ora vuol saper meglio dal curato. Il quale, assediato e tradito e fuor di sé per il tradimento, invoca nuovamente: «Perpetua! Perpetua!», perché lei sola sa, e lei sola può aver parlato. «La venne finalmente con un cavolo sotto il braccio e con la faccia tosta, come se nulla fosse stato». Quella «faccia tosta» sottolinea meglio la sua prosperosa fisicità: una Perpetua tutta fresca d’orto, pimpante, realissima, e naturalmente piena di buona volontà di aiutare il suo padrone, ma senza inopportuni intenerimenti né cedimenti. Affettuosa ma non manierosa, religiosa ma non pietista, per confortarlo lascia in pace Madonna e santi, credendo più opportuno versargli un bicchiere del suo vino, di quello ch’era solito rimettergli lo stomaco, come dire rimettergli l’anima in corpo. La tenerezza era estranea al suo impavido tipo; con la sicurezza pratica di chi sa che, alla fine, nemmeno la minaccia di don Rodrigo non è poi la fine del mondo.
La vorremmo per un momento avvicinare all’altre due donne, Lucia e Agnese, con le quali ora condivide la tristezza per il matrimonio andato a monte; e, più tardi, tiratavi dentro con tortuoso inganno da Agnese, l’imbroglio del matrimonio di sorpresa; come, più avanti, nella fuga sui monti per la calata dei lanzichenecchi, ne dividerà la compagnia nella casa ospitale del sarto dove si fermano a mangiare un boccone insieme, e al castello dell’Innominato convertito, diventato rifugio di tutti i fuggitivi spaventati per l’arrivo di quegli anticristi. Popolana tra popolane, ma la più popolana è lei, nel senso d’una schietta e franca spontaneità.
Lucia (e sapete con quanta riverenza la nominiamo) tutta presa dal timore di non offendere la sua virtù, ha sempre l’aria (e la definizione è proprio di Perpetua) «di una madonnina infilzata», di una santarella. Il vero è che la sua coscienza morale è così alta che trascende la sua condizione di contadina, e il suo vero aspetto non è di una santarella ma di una santa che con le sue parole — dice il Momigliano — aiuta la conversione dell’Innominato, getta semi di ravvedimento nel cuore di Gertrude e accompagna verso la misericordia divina lo stesso don Rodrigo morente al lazzaretto. Quanto ad Agnese, è troppo legata dalla sua funzione di madre. Preoccupata dalla voglia di maritare la figliuola a un giovane dabbene come Renzo — dabbene in tutti i sensi, anche per quella sua vigna, quel campicello di tredici pertiche, quella casetta di sua proprietà che ne facevano un piccolo benestante del paesello — Agnese è pronta a tutti i sotterfugi, alle tortuosità, alle tentazioni dei compromessi. Cosa non farebbe per vederli insieme, felici, quei «suoi figliuoli»! Verrebbe a patti anche col diavolo; come si vede nel suggerimento — suo, tutto suo — del matrimonio di sorpresa che lo rasenta, essendo privo di validità canonica, e dunque illecito.
Perpetua è invece libera e indipendente, oltre che coraggiosa e forte. Li avesse incontrati lei i due bravi per una di quelle stradicciole, li avrebbe ben guardati in faccia, con grinta, e svergognati della loro infame arroganza. Perpetua è attaccata alla realtà quotidiana, e la esprime con realismo, anche parlando col suo padrone pavido e inetto, fino a dirgli che «quando il mondo s’accorge che uno, sempre, in ogni incontro, è pronto a calare le...». La reticenza salva un poco il rispetto ma mette in evidenza la genuina volgarità. Popolana al cento per cento. Anche lei ha naturalmente i suoi difetti, se vogliamo chiamarli così; pronta ai brontolamenti, ai malumori, alle fantasticaggini che divenivano di giorno in giorno più frequenti da che aveva passata l’età sinodale dei quaranta. E chi sa che quelle storie dei suoi amori giovanili non siano state compromesse proprio dal suo carattere non facile, non accomodante e diciamo pure sgradevole. Perpetua non è condizionata da nulla, non è legata a nulla, fuorché al suo padrone per il quale andrebbe anche nel fuoco, e alla casa, che intravvediamo pulita, lustra, lucidata con l’olio dei suoi gomiti. Prepotentona, certo lo è; è la serva-padrona, e la condizione reverenda e riverita del suo padrone le dava in faccia ai paesani un rango d’autorità e di credibilità. Tant’è vero che alle comari adunate intorno alla canonica per verificare se il curato era proprio malato, è bastato che dall’alto della finestra lei rispondesse: «Un febbrone», perché quelle si squagliassero, troncando ogni altra congettura che cominciava a brulicare nei loro cervelli.
Nei suoi geniali divertimenti sui Promessi Sposi Papini contò le cinque famose notti del romanzo: quella dell’Innominato, quella di Lucia nel castello, quella di don Rodrigo appestato, quella di Renzo nella sodaglia dell’Adda e quella di don Abbondio che sogna incontri di bravi, fughe, schioppettate nella schiena. Avrebbe potuto aggiungere che nella camera accanto Perpetua dorme tranquilla perché sa che una notte ben dormita prepara una giornata più serena e pronta ad affrontare le impreviste vicende.

E non abbiamo ancora detto dei suoi «pareri» diventati proverbiali, tanto da andar d’accordo con quelli del cardinale arcivescovo. Quando don Abbondio non sa più come uscire dai guai in cui l’ha messo l’intimazione dei bravi, Perpetua gli dice: «Io l’avrei bene il mio povero parere da darle..., ed è che lei scrivesse una bella lettera al nostro arcivescovo, per informarlo come qualmente...». Don Abbondio, preoccupato solo di salvare la pelle, risponde stizzoso: «Ma volete tacere! Son pareri questi da dare a un pover’uomo? Quando mi fosse toccata una schioppettata nella schiena, l’arcivescovo me la leverebbe?». Riprende Perpetua: «Eh, le schioppettate non si danno via come confetti. E guai se questi cani mordessero ogni volta che abbaiano».
Don Abbondio se ne ricorderà durante il memorabile colloquio col cardinale quando questo gli chiede: «Non vi venne in mente che, alla fine, avevate un superiore? Perché non avete pensato di informare il vostro vescovo dell’impedimento che un’infame violenza metteva all’esercizio del vostro ministero?» Don Abbondio pensa in cuor suo: «I pareri di Perpetua...». E, quanto alle schioppettate nella schiena, prosegue il cardinale: «Non sapevate che l’iniquità non si fonda soltanto sulle proprie forze ma anche sulla credulità e sullo spavento altrui?» Anche qui don Abbondio pensa con stizza: «Proprio le ragioni di Perpetua».
E c’è un punto (il lettore di solito gli dà poca importanza) in cui si direbbe che la coscienza parrocchiale s’è trasferita da don Abbondio in Perpetua. È quando lei spinge il riluttante curato ad andare dal Cardinale venuto in visita pastorale nel vicino paese di Chiuso, il paese del sarto. Se non gli ha scritto la lettera, a suo tempo, vada almeno ora a presentarglisi di persona com’era suo preciso dovere, e come fan tutti gli altri pievani del vicariato. Don Abbondio ci va, pur tra brontolamenti stizzosi contro «la signora Perpetua»: «Ah, se posso uscire a salvamento, ha da sentirne la signora Perpetua d’avermi cacciato qui per forza, fuori dalla mia pieve, quando non c’era nessuna necessità». Senza volerlo, coi suoi brontolii (non brontola anche con la mula del segretario?) don Abbondio conferma sempre più il buon senso e il senso pratico di Perpetua, colpevole solo d’averlo sollecitato a fare il suo dovere: presentarsi al superiore. Che gli dà l’occasione di farne un altro anche maggiore e che ha tutta l’aria d’una giustizia da compiere: andare, di buona o mala voglia, a recuperare Lucia, la sua parrocchiana smarrita, e non senza sua colpa. Anche qui, Perpetua, la serva che all’occasione sapeva comandare, ha saputo comandare, quasi per ispirazione. Nelle sue decisioni, nei suoi pareri Perpetua non è mai sconfitta; ogni suo intervento la fa crescere di statura e di significato. E per poco non ci torna a mente che aveva pure la sua ragion d’essere anche il nome di Vittoria avuto al suo primo battesimo nel Fermo e Lucia. Non è più Vittoria ma è sempre vittoriosa.
E c’è un punto in cui Perpetua ci pare addirittura grande, per la sua iniziativa, per il suo spirito organizzativo. È quando nel suo paese calano le turbe de lanzichenecchi, «quei diavoli, quegli ariani, quegli anticristi», come li chiama don Abbondio.
Riconosciuta come un’ispirazione del cielo la fuga al castello dell’Innominato, è lei che combina tutto, che organizza tutto: nascondere e mettere in salvo qualcosa di quello che non si poteva portar via; sotterrare al pedale del fico l’argenteria e le stoviglie; preparare nella gerla un po’ di biancheria e qualche cibaria per non essere subito di peso agli ospiti, e soprattutto sbrigarsi bravamente dagli impicci che le procurava proprio lui, don Abbondio, stralunato e fuori di sé per lo spavento. Disposta anche, se fosse stato necessario, a prenderlo per un braccio come un ragazzo e strascinarlo su per le montagne, pur di aiutarlo, pur di salvarlo; lui che per ogni strada che si prendeva, per ogni nascondiglio dove si rifugiava, vedeva pericoli e ostacoli insuperabili.
Mai, come ora, Perpetua spiega la sua intraprendenza, la sua prontezza e decisione di capitana.

Perpetua morì poi di peste; lo sappiamo dallo stesso don Abbondio che lo dice a Renzo tornato furtivamente al paesello; e glielo dice con un distacco e una freddezza che ci offendono. Ma più ci offende il modo troppo disinvolto come poi ne parla alle donne — Lucia e la buona vedova — venute a fargli visita prima del matrimonio dei nostri sposi, che celebrerà lui stesso. «Ha fatto uno sproposito Perpetua a morire ora che per la gran moria era il momento che avrebbe trovato il suo avventore anche lei». Don Abbondio fa lo spiritoso; e con questa battuta, irrispettosa perfino dei morti, paga il suo debito di riconoscenza verso la donna vissutagli accanto affezionata e fedele. Ed è questa poca gratitudine da parte di chi gliene doveva molta, che ci rende Perpetua più pateticamente cara e degna di memoria, come vuole il suo nome, perpetua. Da suggerirci una specie di epigrafe da mettere idealmente sulla sua tomba come un fiore. «A Perpetua, serva di don Abbondio / che, servendo fedelmente e francamente / si era conquistata una fetta di potere / per salvare il suo pavido padrone / dal divenire lui stesso / servo dei prepotenti e dei vili».


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