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STEFANIA SANTALUCIA

ASCOLTARE I SILENZI
SCOPRIRE GLI INCANTI

Dalla rivista “Conoscere Pavia e la sua provincia”, maggio 2001

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Cesare Angelini in un ritratto di Attilio De Paoli, 1968.


Chi è Cesare Angelini? Rispondere a questa domanda è tanto difficile quanto voler enumerare i sassi delle vie di Pavia, da lui personalmente conosciuti o incappucciare e rapire le nuvole, da lui visitate puntualmente una volta alla settimana. Lo si può solo descrivere, raccontare, a voce bassa e discreta, senza far rumore, come amava fare lui, e ascoltare, in silenzio, come si fa con i corsi d’acqua centenari, senza per questo riuscire ad esaurirlo.
Montanelli, attento osservatore e «lettore provveduto» di Cesare Angelini, scrisse «[...] un abate francese del Settecento sopravvissuto, chissà per quale miracolo d’ibernazione fino a noi [...]. Minuto, fragile, con una gran chioma bianca pettinata più da musicista che da prete [...] con gli occhietti chiari, sempre abbassati in uno sforzo mal riuscito di umiltà». Un Frà Cristoforo dei nostri tempi, uomo di Dio, ma anche e soprattutto delle persone e delle cose che ebbero la fortuna di essere conosciute da lui. Fine erudito, letterato di non comune sensibilità, ironico ed onirico, come solo i grandi romantici sanno essere.

Cesare Angelini nacque il 2 agosto del 1886, sesto figlio, in una modesta famiglia contadina di Albuzzano, paesino in provincia di Pavia, che sempre si sentirà «addosso come la pelle». E in questo villaggio di fine Ottocento, ancora dominato da una forte tradizione agricola di vecchio stampo, la cui topografia richiamava la natura più che onorare la storia — Cò bello, il borgo freddo, il fontanile — Cesare Angelini trascorse la sua fanciullezza, imparando la vita dal lavoro dei campi, dal ciclo delle stagioni, dal carattere sempre diverso ma prevedibile dei mesi, dal dialogo intimo e stretto con la natura, che manterrà assiduamente sino alla fine.
Lasciò la sua «casupola» di Cascina Pescarona, per intraprendere gli studi in seminario a Pavia sotto la guida di Monsignor Giovanni Cazzani e cominciò timidamente a familiarizzare con la letteratura attraverso gli scritti di Ada Negri e Carlo Cattaneo.
Ordinato sacerdote nel 1910, fu chiamato da Monsignor Cazzani, vescovo a Cesena come suo segretario. Fu qui che scoprì e cominciò seriamente a coltivare la sua vocazione letteraria. Risultò determinante in tal senso il provvidenziale incontro con Renato Serra, direttore della biblioteca Malatestiana e già collaboratore della Voce. Da allora i suoi sforzi saranno tesi verso una ininterrotta progressione nel duplice percorso letterario e religioso. Vivrà il suo talento di scrittore e critico stimato con devozione e porterà avanti la sua missione sacerdotale con quello stile «incontaminato, libero e spregiudicato» che perseguiva nelle lettere.
Nel 1916 fu chiamato alle armi e sotto lo Stelvio ebbe la gradita avventura di incontrare Tommaso Gallarati Scotti e Carlo Linati; ne segui una viva amicizia letteraria e fraterna per tutti gi anni che seguirono. Trasferito in Albania, imparò a leggere il Corano «in chiave ecumenica» sotto le indicazioni di Alì, gran Muftì di Antivari.
Tornato a Pavia gli fu assegnato l’insegnamento di lettere nei corsi superiori del seminario: nel frattempo aiutava il fratello Don Giuseppe, parroco a Torre d’Isola. Alla sua morte ne prese il posto alla guida della parrocchia per un anno. Nei ritmi quotidiani dell’insegnamento e sopratutto nella quiete del paesino, dove visse con due sorelle, riprese con impegno l’attività letteraria con particolare attenzione alla critica del Manzoni, come testimoniano le sue numerose opere al riguardo.
Nel 1939 fu nominato rettore dell’Almo Collegio Borromeo, rinomato Collegio universitario pavese, che riporterà agli antichi fasti, soprattutto nel periodo successivo al secondo conflitto mondiale.
In questi anni, oltre a dedicarsi ad una rigogliosa attività letteraria, organizzerà all’interno del Collegio diversi incontri con personaggi di spicco della cultura italiana. Tra le sue frequentazioni si annoverano Eugenio Montale, Maria Corti, Benedetto Croce, Marino Moretti, Giuseppe Ungaretti, Giovanni Spadolini, Giovanni Papini ed altri. A proposito di quest’ultimo, Angelini narra che al momento dell’incontro Papini — forse deluso dalla sua altezza — gli disse: «Angelini, tutto qui? La pensavo più alto», al che Angelini obiettò: «Alto quanto basta per essere Angelini».
Dopo un rettorato durato 22 anni, spontaneamente si ritira a vita privata, perché «Non bisogna invecchiare nei luoghi. Non bisogna invecchiare i luoghi».
Iniziano gli anni di via Luigi Porta di viva attività letteraria e di un’approfondita confidenza lirica con la sua città, Pavia, da cui nascerà Viaggio in Pavia.
Nel 1964 dalla “Facoltà di lettere” di Pavia gli viene conferita Laurea Honoris Causa e nel 1970 si trasferisce in via Sant’Invenzio dove, continuando la sua attività letteraria, si spegne il 27 settembre del 1976.

L’eredità dei suoi precetti è inestimabile. Cresciuto seguendo i ritmi armoniosi della natura, ne ricercherà sempre l’ordine perduto dietro la frenesia cittadina, attraverso un processo di ritualizzazione quasi sacrale anche dei gesti apparentemente più insignificanti. Dalla saggezza orientale impara che c’è un tempo per ogni cosa, come avviene per la fioritura e la semina, C’è il tempo per leggere i libri la cui tipologia muta con l’influenza delle stagioni. C’è un tempo per scrivere, la cui maturazione e i cui «ferri del mestiere» conoscono una loro trafila. E poi c’è il tempo della neve, degli «austeri gennaroni», che con il crescente abbandono dei campi da parte dei contadini sembrano essersi spogliati anch’essi dal loro compito di nevicare eroicamente. E quindi viene il momento di accendere il fuoco, «ma bisogna saperlo preparare con ingegno, direi con religione», come si prepara un frutto nella sua scorza, una funzione nella sua chiesetta, un temporale racchiuso nel grembo delle nubi, perché le vite sono sì infinite, ma l’una il riflesso dell’altra. Il fuoco, secondo un verso che vide scritto su un caminetto di marmo, è «cor domi», il cuore della casa. Il focolare è un vero altare, attorno a cui la famiglia si riunisce e ritrova le sue origini. Nelle sue fiamme tornano ad ardere gli antenati, gli eroi e prima ancora, quando vagavano indisturbati, gli dei.
Ma per rilassarsi dalle incalzanti cure quotidiane, c’è il momento di sorbire il caffé, bevanda di proustiana memoria, molto amata dal Monsignore. A trasmettergli questo piacere fu probabilmente Alì il gran Muftì di Antivari, che nell’accoglierlo nella sua dimora, gli offrì del «tabacco biondissimo» e il caffè versato a mo’ di una «melodia». Offriva caffè ai suoi ospiti e chiamava per il caffè anche gli alunni del Borromeo, a volte per redarguirli su qualche esame non proprio brillante.
Un’altra sua passione era il fumo, racconta infatti su di un quaderno autografo, di quando gli regalarono delle sigarette egiziane provenienti dal Vaticano così lunghe e «rimpolpate» da essere davvero musulmane, «[...] favoriscono il piccolo ozio e la contemplazione». Ed è proprio la contemplazione e la riflessione che egli ricercava. I suoi rituali non erano tanto un fare, quanto un non fare, per dare modo agli occhi di vedere e all’udito di ascoltare.
Il suo intimo amico Attilio de Paoli lo ritrae mentre fa segno di tacere, gesto a lui consueto, ad indicare che esiste anche anche un tempo che appartiene al silenzio e che in questa stagione si può mietere il bene più prezioso, la serenità perduta correndo troppo. Perchè il silenzio è «bocca che si chiude, ferita che si rimargina».
Con Vittorio Beonio Brocchieri, suo primo amico e compagno di «scorribande», condivideva invece il rituale di dedicare ogni giorno della settimana ad un’attività diversa, ad esempio «il venerdi alle ombre e alle nuvole in memoria della Passione, il sabato alle campane».
Con il suo caro amico pittore Romeo Borgognoni, divideva soprattutto il suo amore per Pavia, che l’uno ritraeva con le sfumature dei colori e l’altro con la sottigliezza della parola.
Di Pavia egli amava tutto, in particolare di notte, quando «l’invisibile si fa visibile» e torna anche il tempo dei «Goti, degli Unni, dei Vandali, di quei Longobardi passati qui a fondare la nostra storia».
Così come passeggiava sulla strada che da Pavia porta a Torre d’Isola, sembrava passeggiare su e giù per i secoli, sotto il porticato della notte, in quel chiostro che fu per lui Pavia e dal quale si allontanò solo per brevi viaggi.
Amava girare di notte, forse perché di notte i misteri diventano bauli che si schiudono e dal loro fondo trova coraggio di uscire l’anima delle cose, che Angelini fu lì a rischiarare, perchè, come disse il Vescovo di Ischia durante una messa di suffragio, «Angelini è una candela che si è consumata illuminando il mondo».


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Cesare Angelini per le vie di Pavia.

Fotografia di Giuliano Carraro