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LUIGI SANTUCCI

MERCANTE DI STELLE
ETERNO ADOLESCENTE

Da “Il Giorno” del 13 marzo 1986

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Cesare Angelini nel suo studio all’Almo Collegio Borromeo, anni ’40.

Fotografia di Giacinto Perosino


Sono in libreria, per un’encomiabile iniziativa dei suoi estimatori borromaici, le lettere inedite di Cesare Angelini, dal 1913 al 1976 (I doni della vita, ed. Rusconi).

Ora sappiamo con certezza quanti anni ha lo scrittore pavese: quella data di nascita che fu tra le sue civetterie di tenere occulta e contumace quand’era vivo. Ne ha (... ossia ne avrebbe) cento tondi. E sarebbe oggi, penso, un centenne arzillo e godibile: dato che i corrosivi sali della vecchiaia parvero impotenti (davvero fino all’ultimo) contro quella sua immutabile «mezza età»: quell’arguzia moschettiera e provocatoria destinata a crescer con gli anni, come quella di storici vegliardi alla Fontanelle o alla Bernard Shaw. A commemorarlo nell’amore e nel ricordo, la prima cosa che di lui guizza su è la sua immagine, che al prete-scrittore piacque esibire quasi come un’autocaricatura signorilmente eccentrica. E il primo riferimento che mi viene in mente ripensandolo è quello dell’oca: l’animale sciocco e plebeo che se mai è di lui la più remota antitesi, anche se è vero (non leggenda) che di quel palmipede Angelini si servì per usarne le penne nella sua alluminata grafia tra la prestigiosa capigliatura alla quale teneva ostentamente (forse anche perché lo aumentava di qualche centimetro) tanto da riavviarsela con un frequente tic. Sotto quelle ali Angelini era poi breve e minuto ma inenarrabile. Rivedo gli occhi di giada mobilissimi, incastonati nella mascheretta scimmiesca; il profilo dalla durezza un po’ grifagna d’un capitano di ventura; le mani di violinista uscenti con la sigaretta dalla tonaca, sbottonata a far apprezzare una finissima camicia pervinca.


Fuori dal tempo

Risento quella parlata che riusciva a dare alla rozzezza lombarda (era nato in un centro rurale della Bassa pavese) umanistiche risonanze. Esotico come uno stregone, favoloso come un coboldo sgusciato da un racconto di Hauff o Bechstein, era difficile collocarlo in un punto certo della storia o della geografia. A guardarlo controluce inquadrato nei finestroni perlacei del suo Borromeo, ad ascoltarlo declamare Petrarca davanti a un leggio scolpito (ma diceva a memoria, con gli occhi socchiusi) gli si profilavano intorno come in un arazzo liuti, mandole e levrieri trecenteschi. Ma, quando sogghignava, gli sporgeva di sotto il mento la gorgiera barocca di un courtier scespiriano. E se sospirava, s’inchinava o scandiva una battuta mordace, eccolo ritagliarsi nel figurino settecentesco dell’abate. Quando poi si rifaceva serio e scuoteva la chioma (quella chioma anche betoveniana...) lo vedevo al clavicembalo, in una notte romantica tra doppieri e tendaggi scossi dal vento. Un cosa, a incontrarlo, sembrava certa: che col nostro secolo — con le sue opache massificazioni — Angelini non avesse niente da spartire. Eppure questo stupefacente uomo-cimelio non visse tutto da misoneista; gli piacque talvolta (anche se detestava il telefono) contraddire con spregiudicate «modernità» di mezzi e di situazioni. Dei suoi tanti aneddoti, il più scapestrato è forse quel viaggio da Pavia ad Assisi in tassi e senza scalo per recarsi a un convegno della Pro Civitate Cristiana. Uscì dal Borromeo, fece un cenno ad un autista di piazza. «Ehi... Assisi, prego». Non c’era alcuna urgenza di arrivare. Ma il treno quel giorno non avrebbe incorniciato i suoi gusti, il suo stato d’animo. Presto il tassametro scodellò la carovana agghiacciante dei suoi zeri, l’autista scuoteva la testa per quel piccolo prete matto che gli ballava nella scatola, su per le balze dell’Appennino. Un gesto da dandy, una sfida antisociale per chi non sapesse che Angelini era sempre povero come un chiodo a furia di aiutare tutti. A tali «capricci» automobolistici fu forse viziato da Beonio Brocchieri quando i due compagni, una sera qualunque a Pavia, «Che ne penseresti» si dicevano «di andare a godere il plenilunio di Piazza San Marco?» E si buttavano sulla rombante Alfa di Brocchieri, a velocità furiosa. «Andavamo — raccontava Angelini — come adolescenti immortali all’appuntamento con quell’innomarata irraggiungibile, la luna...». E, una volta, piombati in una di quelle scorribande sul castello di Canossa e saltati di macchina dopo la folle corsa per adorare Selene veleggiante fra le merlature, qualche paesano si avvicinò circospetto e chiese loro chi fossero. «Mercanti di stelle» scandì Angelini nel vento della notte, senza staccar le pupille dal firmamento. Di questo suo fascinoso (a volte un po’ dannunziano) istrionismo faceva parte il suo progetto di farsi sepellire in Terra Santa, per cui s’era già comprato un «lenzuolo di terra» in un convento di cappuccini alle pendici del Tabor; o quel «gelsomino d’Oriente», donatogli da persona a lui devota e imbarcato con ogni cura, che s’arrampicava sulla sua finestra e di notte, in certe veglie solitarie, esprimeva profumi esotici e arabeschi strani.


Felice come pochi

Ma a questa aneddotica trasognata e preziosa se ne contrappone un’altra burlesca e marrana, di un Angelini enfant terrible, indocile e prevaricatore. S’era impegnato con un importante editore per una vita di Gesù. Pigro e moroso come tutti gli scrittori autentici, appuntava le sue penne d’oca ma non scrriveva. La scadenza per la consegna del manoscritto era passata da molti, troppi anni. Un giorno l’editore piomba al Borromeo a far valere i suoi diritti. Siedono uno di fronte all’altro al tavolino dove il Foscolo scrisse l’Ode all’amica risanata: rosso e nervoso il creditore, sornione e svagato il debitore. «Oh senti — esplose il primo —, ora basta. Ora...» Con un gesto lento e calcolato Angelini estrae dal cassetto una pistola cesellata, gliela porge. «... ora uccidimi, ne hai il diritto». E non scherza, di fuori, severo e contrito, fino a che l’altro non s’arrende in una risata di condono. Se è vera la sentenza del suo Foscolo — «Piaci a te stesso e sarai meno infelice sulla terra: ma per piacere a se stesso bisogna secondare la propria natura» — pochi altri furono, io credo, più felici di Cesare Angelini: libero come un selvatico e insieme civilissimo gatto di essere e recitare se stesso. Gli tenne compagnia e forse un po’ lo «viziò» il suo Dio, ch’egli servì sempre fedelmente da sacerdote e da agiografo. Ma volle e seppe poi costruirsi un minore e laico feudo «di questo mondo»: e l’espistolario ci attesta quanto ricco e libero fu il suo repertorio di amicizie: dal veneratissimo Renato Serra a Papini, da Ada Negri a De Robertis, da Falqui a Moretti, a Baldini, a Gallarati Scotti e tantissimi ancora. Quel feudo longobardico (la sua possedutissima Pavia) si restringeva poi alle aristocratiche stanze del Borromeo, più rimpiccioliva sul bianco foglio dello scrivano sotto il cerchio del paralume; o estemporaneamente si slargava nelle ricorrenti scorrerie che amò concedersi oltre l’abituale confine: le pendici del Subasio, gli ulivi di Palestina, quegli appuntamenti lunari... Ma Angelini ebbe poi dentro un’altra «patria» segreta e giullaresca (o forse fu la sua più giocata fabulazione?). «Un giorno, chissà» — mi confidò battendo con le nocche una chitarra appesa al muro «non troveranno più il rettore. Sarà fuggito con questa sui colli di Provenza, a cantare la notte nei boschi come Villon, come Arnaldo Daniello, come Francesco d’Assisi». Oggi, che a dieci anni dalla morte riceviamo queste sue 464 lettere, le ho lette tutte con avidità. E mi son messo a rileggere i suoi libri. Quella sua «scrittura» così classica e pur inquieta, cartesiana e ispirata, ferma e fuggitiva. Per collaborare alla quale, se fossi nato oca, mi lascierei strappar senza protestare le penne.