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MARIA CORTI

UN RICORDO DI CESARE ANGELINI

In AA.VV, Per Cesare Angelini. Studi e testimonianze,
a cura di Angelo Stella,
Le Monnier, Firenze, 1988

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Cesare Angelini nel colonnato dell’Almo Collegio Borromeo.

Fotografia di Sandro Rizzi


Conobbi Cesare Angelini nel novembre 1955: chiamata per incarico presso la Facoltà di Lettere dell’Università di Pavia, lo andai a trovare al Collegio Borromeo, di cui era rettore, su suggestione del laconico Carlo Bo: «devi conoscere monsignor Angelini». E non disse altro. Mi domandavo che specie di monsignore avrei incontrato quando, sotto i portici del Collegio non ancora bianchi ma di color verde pallido, avanzò verso di me una figurina nera a piccoli passi, di cui non si poteva non notare la grazia, un uomo dall’aria composta e pensosa: aveva una grande chioma bianca, che si ripiegava come un’onda sull’alta fronte e un’ombra di sorriso perplesso sulle labbra sottili.
Emanava un fascino singolare e presto mi resi conto, conoscendolo meglio, che ciò si doveva al fatto che in lui la vita era nutrita da tutt’altre forze rispetto a quelle che sono decisive nella maggior parte degli uomini del nostro tempo, preti e no. Egli apparteneva a quella generazione di esseri umani in via d’estinzione, che vivono la vita come totalità. Inoltre il suo modo di fare, di dire, di fumare, la sua mimica erano inconfondibili, perché c’era qualcosa in lui di profondamente poetico: da come si passa con indefinitezza la mano destra sui capelli e come vedeva nel tramonto un tramonto, a come coglieva con gusto struggente una rosa nel parco del Collegio. Qualcosa che teneva lontane le faccende troppo grandi che mettono paura. Ricordo che una volta, dopo aver colto un fiore, disse: «Non c’è creatura più leggiadra e perfetta di un fiore». Cosa rispondergli? In lui una frase del genere non suonava retorica, anzi arguzia, e stranamente stimolava. Si leggano le suggestive evocazioni di fiori, la fucsia, la zinia, la dalia, la salvia splendens in Autunno (Rebellato, 1959).
I giovani del Collegio erano dapprincipio un po’ disorientati, poi lo capivano. Erano i più adatti a capirlo, non solo perché a volte trovavano rispecchiata in lui la loro complicata semplicità, ma per il modo elegante, amabile e fidente con cui li ascoltava senza riserve: solo i giovani e gli artisti, si sa, nel nostro orbe terracqueo vedono le cose come veramente sono. Don Angelini, così lo chiamavano gli amici, con i suoi gesti, con il suo continuo accendere la nuova sigaretta con il mozzicone della precedente «ad allungare il filo della vita», come soleva dire, con il suo pensare camminando sotto i portici del Collegio, sembrava suggerire ad ogni giovane: va’ fin dove ti spinge la tua vista, fallo con coscienza e non chiedere altro.
Nella sua esistenza, come si vede chiaramente soprattutto negli ultimi anni, c’era una duplice carica a guidarlo nel vivere: la passione letteraria (suo un volumetto dal titolo significativo, Vivere coi poeti, Milano, Fabbri, 1956) e la predilezione per i testi sacri (L’Invito in Terrasanta, Pavia, Ancora, 1937; I Vangeli, Torino, Einaudi, 1949; Parabole e fatti nel Vangelo, Assisi, Pro Civitate Christiana, 1955; Il Cantico dei Cantici, Milano, Scheiwiller, 1963); si trattava di vasi originalmente comunicanti. Senza l’attenzione a questo non si capirebbero certe sue famose frasi: «Vorrei essere sepolto in Terrasanta, in piedi, come un profeta con la cetra tra le mani» (cetra che a volte era lira o addirittura chitarra). Con una simile struttura interiore Cesare Angelini rifiutava come barbarico tutto ciò che era eccessivamente tecnologico, ma senza discussioni, bensì con calma sicurezza come si trattasse di un accidente naturale, un uragano o un tifone. Naturalmente egli suscitava con ciò impressioni varie, soprattutto presso gli accademici pavesi, di rifiuto o di ammirazione: alcuni, assai fiduciosi nel progresso, inconsciamente si proteggevano dietro il rifiuto; altri nell’ammirarlo divenivano consapevoli della propria inferiorità.
Quanto alla passione letteraria, va detto che il reale, la quotidianità si manifestavano al suo sguardo come puro materiale al servizio della fantasia, propria o degli scrittori più amati (Dante, Foscolo, Manzoni). Così poteva capitare agli ospiti, stupiti, di vedersi designare un tavolino dello studio quale scrivania del Foscolo, giunta chissà come nel suo studio, e sulla quale forse, chissà, il poeta aveva scritto l’Ode a Luigia Pallavicini caduta da cavallo; in questi casi c’era nella voce di Angelini un tono di arguzia nostalgica, come di cose che egli avesse viste in sogno. Vere quindi a un altro livello.
Perciò gli eventi del presente Angelini li affrontava con il decoro e il garbo signorilmente illuminato di chi sa conoscere dentro di sé per istinto il senso delle cose. Se poi gli eventi appartenevano al passato, ne godeva come fossero dei paesaggi, li descriveva con la passione e la carica visiva con cui un alpinista racconta una passata escursione. Gli incontri con Renato Serra, per esempio, a Cesena: «Averlo visto per anni passare solitario e schivo per le vie rapide e strette che portavano dalla sua casa alla Biblioteca; aver frequentato il suo studio, dove nascevano le sue pagine e le sue amicizie, averlo sentito leggere i suoi poeti [...]. C’era un incanto in ogni sua parola e movimento, che potremmo tentare di descrivere per esaudire la nostra nostalgia, ma rendere compiutamente mai» (da Vivere coi poeti, cit., p. 55). Bene, l’ultima frase s’addice perfettamente a chi con pari nostalgia voglia ricordare oggi Cesare Angelini.
Una sorta di letizia fantasiosa avvolgeva persino le figure delle Sante (Chiara d’Assisi, Caterina da Siena) o dei Santi (il Cardinale Federico Borromeo, Contardo Ferrini) da lui descritti nel volumetto Quattro Santi (e un libro), Brescia, La Scuola Editrice, 1957: con quanta umana amabilità egli narrava delle particolarissime e alquanto misteriose storie dei Santi. Vorrei citare al proposito Peter Altenberg in Favole della vita (Adelphi, 1981, p. 379): «Conoscere a fondo, esplorare un organismo ignoto. Chi è in grado di farlo, con sommo amore, riguardo, saggezza? Il poeta, soltanto, soltanto il poeta».
E un pizzico di poetico fa sempre capolino anche nei saggi dello studioso della letteratura italiana, soprattutto nei danteschi (Il commento dell’esule. Noterelle dantesche, Milano, Scheiwiller, 1967) e nei manzoniani (per la vasta bibliografia su Angelini studioso del Manzoni cfr. la raccolta Con Renzo e con Lucia (e con gli altri). Saggi sul Manzoni, usciti postumi presso la Morcelliana, 1986).
Nella Prefazione alla raccolta appena citata tentavo di mettere in rilievo il cammino bidirezionale del pensiero di Angelini, per cui negli scritti sul Manzoni la vita e la storia vengono commentati coi valori religiosi e i valori religiosi con la vita e la storia; una sorta di processo dall’umano al divino e dal divino all’umano che ha alla base quella duplice passione connaturata, a cui si è fatto cenno, in direzione dell’immaginario artistico e religioso.
Come dire che tutti gli scritti di Angelini si capiscono solo attraverso la sua complessa personalità; per chi lo ha sentito parlare, le pagine scritte riportano anche stilisticamente alla sua tipica oralità; parafrasando il suo «color Manzoni» potremmo parlare di «color Angelini» per questo intellettuale che aveva il gusto della parola, una personale oratoria, che poteva piacere o no, ma era inconfondibile.
Nell’universo culturale contemporaneo, teso da un lato a grandi teorizzazioni di tipo scientifico o tecnologico, mentalmente asettiche, dall’altro a soluzioni pragmatiche, l’immagine di Angelini si muove come uno spiritello alacre e conturbante: così la gente che lo ha avvicinato vede attorno a sé cose mirabili o fantasmi di cui Angelini è la sola arguta auctoritas.
Ci piace chiudere questo insufficiente schizzo con un richiamo allo scritto Questa mia Bassa (e altre terre) (Scheiwiller, 1971) e in particolare al capitolo Questa Lomellina, terra «lucente e precisa», per cui Angelini cita come per la storia di tutta la «Bassa» Paolo Diacono, Cattaneo, i conti di Lomello, ricorda le acque che svaporano sulle risaie, mentre il cacciatore attende che si levi il beccacino, e nelle sere d’agosto le «rane» di Lombardia, cui è affidato il canto della terra. Dalla rievocazione di questa terra lombarda e della sua «Bassa», Angelini ci manda un messaggio insieme ecologico e di una incantevole semplicità: «richiamo all’uomo perché ritrovi la sua misura umana, torni alla vita che è semplice, come il pane e l’acqua, come il respiro, come la salute, come la terra madre sempiterna».