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GIANFRANCO CONTINI

UN RICORDO DI CESARE ANGELINI

In AA.VV, Per Cesare Angelini. Studi e testimonianze,
a cura di Angelo Stella,
Le Monnier, Firenze, 1988

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Cesare Angelini. Sullo sfondo il Borgo Ticino di Pavia.

Fotografia di Giuliano Carraro


Eravamo un gruppetto di degustatori di bevande (come chi dicesse, tre secoli fa, di amatori di buccheri); e cercavamo di determinare chi spacciasse tali tisane; quando a uno riuscì di leggere la ragione sociale e il luogo: Torre d’Isola, Pavia. Udimmo un sussulto: Torre d’Isola! Il paese di don Cesare Angelini. Legato ai tè degli aficionados.
E così la memoria fu messa in movimento. Angelini fu, del canone dei nostri scrittori contemporanei, il primo che frequentai; quello verso il quale nutrii perciò la maggior soggezione. Né era lui interlocutore da incrementare la disinvoltura: la sua perfetta cortesia era striata di accento sardonico; segno, come posso capire oggi, di una vita difficile, non immaginabile da chi conobbe la squisita amenità del suo ultimo tempo. Sono, quelli in cui ebbi con lui più frequente commercio, anni remoti, da scavare con qualche difficoltà, e che lasciano una traccia vivace ma discontinua. Nella sua antica città aveva una camera particolarmente arcaica, mi pare, in Seminario, che non saprei ricostruire se non come sede di amabili prestiti di libri. Ricordo con sicurezza il Canzoniere di Saba, s’intende quello del ’21, farcito di autografi; e mi parve un po’ sconveniente che in quella reliquia custodita in un cubicolo sacerdotale un endecasillabo si permettesse di chiudersi su una parolaccia. Connetto con Angelini le prime letture dell’Esame di coscienza e anche, con entusiasmo, di Victor-Marie, comte Hugo nel fascicolo dei «Cahiers de la Quinzaine». Fossero prestiti suoi o dell’Universitaria, per quanto questa incertezza mi sia crudele, se ne ricava un indizio sicuro delle nostre conversazioni.
La quale Universitaria si raccomanda per copia di legno di noce. E sento il legno a sfondo di qualche battuta che ci scambiammo durante un incontro casuale, a bassa voce, sulla mia ultima passione, Tommaseo. Andandosene, Angelini mi dichiarò che Tommaseo si caratterizzava per la sua «mondezza; anzi, bisognerebbe proprio dirlo alla latina, la sua mondizia». Rimasi folgorato, non dall’epiteto, ma dalla pronuncia dialettale di tanta squisitezza, due volte la zeta emiliana; e capii che Angelini trovava il suo proprio nell’innestare la preziosità su un fondo autenticamente terragno. (E anche questo com’era retrospettivo! Si sa che il Foscolo si segnalava per la violenza della sua fonetica veneta: Foscolo, sia detto fra parentesi, che fu punito dalla sua Pavia «città incavernata in fondo della Lombardia» con l’invenzione d’un mirabile pastiche degno in Angelini dell’arte leopardiana).
Angelini aveva scelto la professione dello scrittore sedentario. L’eccezione fu naturalmente la grande avventura della sua giovinezza, l’esperienza cesenate. Se per me il fascino della Romagna è nel felice smottamento della Padania in mare, oserei estrapolare alcunché di simile per il lombardo di Torre d’Isola. Ma s’intende che nella sua biografia sovrasta al paesaggio la figura di Renato Serra. Da Serra egli ricevette le credenziali dell’umanista di provincia, non però in accezione carducciana, semmai pascoliana o panzianiana (del Panzini di Serra). Ma il nome di Serra va speso, con prudenza. Per esempio non è da Serra di sicuro che a lui deriva la prima calligrafia, quella letterale condotta della penna, che definisce alcuni grandi stilisti dei suoi anni, in ordine cronologico Emilio Cecchi, Giuseppe De Robertis (per accidente altro serriano, che travolse Angelini nel comune trasporto per Serra), Roberto Longhi. È però certo che la Lombardia, anzi la Bassa, di Angelini (quasi un’antitesi dell’Alta Lombardia di Linati), un paesaggio che par lavato, per usare le immagini di Claudel, col sale e col vino bianco, è un analogo della Romagna di Serra: della Romagna letteraria, tant’è vero che anche il critico non passa i confini della regione. Per verità il suo oggetto è nientemeno che Manzoni, e Il dono del Manzoni [Vallecchi, Firenze, 1924, ndr], nonostante tutto forse il suo capolavoro, è per le sue pagine sul ‘coro’ (l’addio di Lucia, la vigna di Renzo) un precoce e poco valutato esempio di letteratura strutturale.
Il sedentario Angelini si assunse come felice onere l’esplorazione quotidiana e l’ascetica esaltazione della sua città, le cui strade incurve gli s’inflettevano come legni musicali. Il misterioso sedentario in quei tempi lontani lo si vedeva impegnato in passeggiate interminabili con un compagno antitetico, robusto e moreno per quanto egli era breve e di criniera bionda, noto, più che per una cattedra gestita a Scienze politiche, per arditi viaggi aerei solitari, di cui forniva rendiconti al giornale per definizione (una mia intrinseca congiunta, che era patrizia di Lodi, mi assicurava che era d’insigne famiglia lodigiana). Di che cosa si nutrivano quegli eterni passeggiari?, si chiedeva la curiosità della kleine Stadt col fiato sospeso. Letteratura no, perché il viaggiatore era fortemente acculturato, ma non gli era stato impartito il dono dello stile (merito di Angelini era peraltro quello di non frequentare il monopolio dell’avanguardia). Forse il cittadino ragguagliava l’amico delle sue ultime scoperte nel suo ecosistema, e a sua volta viveva nelle parole le esoticità che si era rifiutate nel reale.
Una sola terra esotica era compatibile con Angelini: la Terrasanta. Prima a puntate di quotidiano, poi nel volumetto dell’Invito [Cesare Angelini, Invito in Terrasanta, Ancora, Pavia, 1937, ndr], il sedentario si appropriava la Palestina, l’addomesticava come un Oltrepò transmarino. Era un’astuta e fortunata concorrenza alla Storia di Cristo [Giovanni Papini, La Storia di Cristo, Vallecchi, Firenze, 1921, ndr], di cui Papini aveva capito (e l’aveva anche confessato antologizzandola nei Poeti d’oggi) che il meglio era da frammentare in paesaggi, peraltro d’immaginazione paesana senza metterci piede. Se nell’imbarcarsi Angelini pensasse già di preparare La vita di Gesù [Cesare Angelini, La vità di Gesù, per la collana della Scala d’Oro, Utet, 1934, ndr], è un sospetto che mi par fortemente razionale.
Due anni fa di questi giorni, sono stato ospite di Cesare Angelini. Ho vissuto nella sua camera, ho consumato il suo asciolvere, per ciottoli e scalini ho fruito delle bellezze naturali più prossime. Mancava certo la sua presenza fisica; ma era finalmente inscalfibile la sua felicità, elegante ma frugale, amichevole ma non oppressiva, tutta una humanitas scritta con dolci ghirigori.