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CESARE ANGELINI

VIA SANT’INVENZIO

In Cesare Angelini, Viaggio in Pavia,
Fusi, Pavia, 1976

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via Sant’Invenzio

Fotografia di Luisa Bianchi


Il nome, Invenzio o Inventore, si presta agli spassi d’uno storico di periferia che «adora le date» e trova ancora abbastanza fascino nel restauro di un nome: Invenzio o Evenzio o Iuvenzio...; chi era costui? Era il terzo vescovo di Pavia, dopo Siro e Pompeo, anch’essi fior di santi. E bisogna dire che nel calendario liturgico abbia una posizione di ferro, se, con quel nome di suono piuttosto compromesso, ce l’ha fatta anche nell’ultima epurazione di tanti suoi colleghi; che a qualcuno è parso il cadere di sentimenti e d’affetti cari ai nostri vecchi.
Per i pavesi della mia età, via sant’Invenzio era un’altra, era l’attuale via Boezio che prendeva quel nome da un tempietto romanico dedicato al santo; e durò fino alla fine dell’Ottocento quando alla città parve giusto onorare il filosofo cristiano intestandogli la via che era sua più d’ogni altro, perché lì era la torre nella quale fu imprigionato e morì. E sant’Invenzio, dopo secoli di servizio, diremo così stradale, fu messo a riposo.
Ma santi come sant’Invenzio (con quel nome dinamico) a riposo a lungo non ci stanno, e, qualche tempo fa, fu richiamato in servizio, imprestando il suo nome a questo braccetto di strada che cucisce via Alciato con via san Felice, la grande onomastica di Pavia; un angolo dove la città è rimasta quella del tempo d’una volta: stradette coetanee e riservate, con ciuffi d’erba malengra, case fatte su misura d’uomo e col respiro d’un cortiletto, lampioni discreti per la notte; e un senso di rispetto per il passato, per le tradizioni.
Dicevo un braccetto di strada, con la rarità di una sola abitazione, segnata col numero 2, perché il numero 1 spetta per antico Decreto Comunale al portello d’un vecchio giardino di cui s’è persa la chiave; uno di quegli usci di legno imporrito che fanno fantasticare chi fu l’ultimo a entrarvi e chi fu l’ultimo a uscirne.
Comunque, i rapporti di buon vicinato tra il numero 1 e il numero 2 sono assicurati, visto che al numero 1 ci stanno inquilini non difficili, anzi carini, divertenti: un merlo che la mattina fischia con una fantasia nella quale (e mi dispiace) non si sente più nessuna nostalgia della campagna da cui pure è venuto; una tortora che a forza di gemere per il suo perduto amore, è diventata l’attricetta di se stessa e del vicinato; e tanti passeri che, saltabeccando dalla gronda della casa agli alberi, fanno ogni giorno l’inventario delle piante, dei rami e delle foglie; o quando, sul far della sera, il loro chiacchiericcio è così pio e concorde da parere che recitino i vespri.
Ma poiché Pavia non è una città qualunque, anche uno scampolo di via è intensamente urbano, volendo dire che la città vi è presente con quell’antico indistinto che seduce la mente a suscitare vicende di generazioni che vi sono vissute. Scampolo, braccetto di strada... Ho detto male; questo è piuttosto uno spazio aperto al respiro della chiesa di san Felice che lo domina con una sua potente fiancata; già monastero di suore benedettine fondato da Ansa, moglie di Desiderio re dei Longobardi, che nei suoi ultimi anni — anni di lotte tra ariani e cristiani — vi si ritirò con altre gentildonne della città e di fuori, a vivere in povere celle la regola del Patriarca.
Il monumento paleocristiano è forse il solo esempio in Pavia e dintorni di stile preromanico, che gli intenditori chiamano ravennate o bizantino. Lesene e contrafforti scandiscono e increspano il muro — certo il più suggestivo muro di Pavia — dove poche finestrette si distribuiscono con sapienza essenziale, come gli occhi e le orecchie nel corpo umano. Un rigore stilistico di fortezza medievale, quale fu veramente: fortezza della preghiera per quelle regali prigioniere di Dio. E ogni volta che lo guardo, mi par sempre di veder spalancata a doppia pagina la Historia Longobardorum di Paolo Diacono, nel suo capitolo più domestico.
Ma la consolazione di via Sant’Invenzio, e quasi un supplemento di salute, è il giardino che ne occupa tutto un lato; giardino campagnolo, con quel vago che hanno i giardini un po’ trascurati; cinto da un’alta muraglia da cui la vite vergine e l’edera e il glicine mescolati insieme, rovesciano i rami rampanti con rustica prodigalità. Insomma, un laghetto verde tra le case; un angolo che recupera il silenzio originario della città, formando un compendio di Ottocento pavese.
E lì par che la città finisca.

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 Cesare Angelini nel suo studio
di via Sant’Invenzio, 1975 

Fotografia di Luisa Bianchi

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Angelini, nella sua casa di via S. Invenzio, legge il capitolo Del viaggiare in provincia, dal suo libro Questa mia Bassa (e altre terre), All’Insegna del Pesce d'Oro, Milano, 1971.

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