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CESARE ANGELINI

TERRASANTA QUINTO EVANGELO

In Cesare Angelini, Terrasanta quinto Evangelo,
Borla Editore, Torino, 1968

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Cesare Angelini sulla nave “Galilea” a Itaca di ritorno dalla Terrasanta, aprile 1937.


Terrasanta fu definita «il quinto Evangelo»; definizione che vorrei aver trovata io, tanto mi piace ed è vera. Invece l’ha trovata, prima di me, uno spirito più ricco di me, Ernesto Renan; che poi ha avuto il torto di scrivere una Vita di Gesù che è, sì, il ritratto del Signore, ma un ritratto, ha detto qualcuno, dipinto dal diavolo, perché gli toglie l’aureola divina.
Disse dunque, Renan, che non può comprendere pienamente i quattro Vangeli di Matteo, Marco, Luca e Giovanni, chi non ha visto Terrasanta, dove Gesù visse e svolse la sua missione terrena. L’accordo perfetto dei testi e dei luoghi, il modo come Gesù ha impostato parabole e scene nell’ambiente paesistico, la meravigliosa armonia dell’ideale evangelico col paesaggio che gli fa da sfondo, sono una commossa rivelazione all’anima del pellegrino. Sicché l’elemento geografico è guida quasi indispensabile a meglio capire il Vangelo.
Del resto, l’antico studente del Seminario di S. Sulpicio, nel dare la sua definizione dovette ricordare le parole di san Girolamo, «cittadino di Betlemme», a Dominione: «La Bibbia sarà più lucidamente capita da chi ha visto coi suoi occhi i Luoghi Santi». Le parole che un giorno scossero anche me.
Ce n’era abbastanza perché uno che da molti anni trovava la sua consolazione nel leggere la Bibbia come libro di poesia e di verità, accettasse il tacito invito e partisse. Che giunto là, abbia poi trovato tutto come idillicamente descriveva il Santo nelle sue lettere da Betlemme, sarebbe ingenuo pensarlo. Sedici secoli (e vicende di popoli e guerre) non passano invano nemmeno su Terrasanta.
Ma quella terra misteriosa e sognata, quel fascino di Palestina così facile a caricarsi di spiritualità, mi ha subito preso, stregato. Ci sono ritornato, e il mio amore è diventato passione, entusiasmo, voglia matta di tornarci ancora una volta, ancora una volta. Dire: — I miei piedi hanno camminato verso il Santo Sepolcro; ho toccato le rive del Giordano, ho pianto sul Calvario..., crea situazioni nello spirito, da poter dire che Terrasanta mi appartiene.

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Cesare Angelini alla Porta di Giaffa, 1937

Ma Terrasanta appartiene a tutti, perché è tutt’uno col nostro patrimonio religioso, con la nostra coscienza cristiana, con la nostra civiltà. Se Atene ha creato la Bellezza per sempre e Roma ha istituito il Diritto per tutte le genti, Gerusalemme ha creato la Fede per sempre e per tutti. Terrasanta è la patria dei nostri primi sogni, la parola che ha incantata la nostra infanzia, lievitata la nostra fantasia. Quei santi paesi i cui nomi entrano nelle preghiere — Betlemme, Gerusalemme, Nazaret, Cana, Gerico, Genezaret — sono i paesi dell’anima, un anticipo di quella città che si chiama Cielo o Gerusalemme celeste; sono le tessere della nostra pietà, le ragioni delle nostre feste, come sono i temi della nostra grande pittura e poesia. Ci insisto: lettura di Bibbia, di parabole, spiegazioni di Vangeli, celebrazioni di feste, contemplazione di quadri, sono tutte occasioni e vie che portano a quella terra, così altamente lontana da parere di non poterla raggiungere che in sogno, e così intimamente vicina che ci pare di abitarla con l’anima. Essa ci appartiene come eredità spirituale. Né, per conquistarla, occorrono crociate; basta aprire l’anima e accoglierla nello spirito puro.

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Padre Donato Baldi, Direttore dello Studio Biblico Francescano, con Cesare Angelini, fuori dalla Basilica del S. Sepolcro; Gerusalemme, 1932.



CESARE ANGELINI

TERRA SANTA

In Cesare Angelini, I Frammenti del sabato,
Garzanti, Milano, 1952

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Cesare Angelini tra i cedri del Libano, aprile 1937


Terra mirabile, terra magica, da attraversare in punta di piedi. Mattini, tramonti, o pagine di Bibbia rapprese in corsi d’acqua, in luce dilagante, in mucchi di stelle, in fianchi di colline, nella stessa vita segreta della terra, nella figura aspra degli uomini simili a profeti disoccupati. Dove uno che si ferma a bere a un pozzo o alla fontana più abbandonata, acquista ora cento ora duecento giorni «di vera indulgenza».
Ma questi particolari dell’indulgenza è bello sentirli raccontare da frate Nicolò da Poggibonsi, o ancora dal Pellegrino di Piacenza. Noi, a parlarne oggi, siamo troppo smaliziati; e rischiamo di diminuirne il credito religioso, e lo stesso senso lirico.

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Il lago di Genezaret in una fotografia degli anni ’30

Godermi lo stupore d’un mattino sul lago di Genesaret quando il sole sta per giungere sulle colline di Safed che lo cerchiano a oriente; e poi scende su gli scogli e tra gli spruzzi e i guizzi di vento sull’acqua che si sveglia in un’estasi di colori. Una felicità che toglie il fiato. I pescatori girano sotto Magdalo, e tornano dalla pesca con in dosso la solitudine della notte e il tepore della luna appena tramontata dietro il Libano; mentre palpano contenti le reti gonfie di bottino.
Come gli uomini della sua generazione.

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Il Vangelo che, nel 1932, ha accompagnato Angelini nel primo pellegrinaggio in Terrasanta: «Questo Vangelo ha fatto con me / il giro della Terra Santa. / 8 dic. 1932 - 9 genn. 1933 / Angelini». Fittamente sottolineato e annotato.

Archivio “Cesare Angelini”, Pavia

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Mgr. Landrieux, Évêque de Dijon, Aux Pays du Christ, Rue Bayard, Paris, 1926; fittamente sottolineato e annotato da Cesare Angelini.

Archivio “Cesare Angelini”, Pavia

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 Vedi anche Cesare Angelini, “La terra che non muore” 



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