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CESARE ANGELINI

IL DISCORSETTO DI BOLSENA

Ringraziamento per il premio «Emilio Cecchi» riservato alla critica,
letto a Bolsena l’11 maggio 1968

In AA.VV., Per Cesare Angelini. Studi e testimonianze,
a cura di Angelo Stella,
Le Monnier, Firenze, 1988

***


La notizia del «premio» mi è giunta come un attentato alla mia quiete di lettore provinciale, non lontano dunque dai libri ma lontanissimo da rigirii e dalle combinazioni che — sento dire — si fanno intorno ai libri d’oggi.
A ogni modo, ringrazio i signori, anzi gli amici, della Giuria d’avermelo assegnato. E li ringrazio con qualche pudore, anche perché il premio mi giunge in un momento in cui non ci sono più troppi propositi e speranze per l’avvenire, ma — direbbe un poeta — «solo ricordi del passato e un breve corso di giorni che non si fermano».
L’amico Falqui, nella sua relazione sul mio stato di servizio alle lettere, mi ha onestamente ricondotto al mio modesto ruolo di lettore del Manzoni, e ha nominato i Capitoli [C. Angelini, Capitoli sul Manzoni vecchi e nuovi, Mondadori, 1966, ndr], l’ultimo libro che gli ho dedicato.
Penso tuttavia che Falqui abbia inteso notare più che il mio ultimo libro, un mio amore, una mia fedeltà al Manzoni, che è di vecchia data, se la prima testimonianza risale al 1924 con Il dono del Manzoni, pubblicato da Vallecchi.
Da allora si è aperto — per modo di dire — il mio colloquio con lui, che doveva durare tutta la vita, dandole quasi un color Manzoni.
Con lui e col suo romanzo, che è sempre il più moderno — che è sempre l’ultimo — perché la sua ricchezza si rivela via via progressivamente nel tempo. Col suo romanzo e con quei suoi personaggi infiniti, che si perdono nelle infinite vie della Provvidenza che li guida.
Particolarmente con Renzo — uno di campagna —, con Lucia, la buona montanara; proprio loro due, i promessi sposi che sono — dice lo Zottoli — la cosa più importante dei Promessi sposi; interpreti e operatori dei valori della vita più profondi, dei valori democratici più alti. Con Lucia, per la quale abbiamo sempre sentito tanto affetto, fino a scoprirlo, forse; tanto che Giuseppe Citanna, in un suo studio sul Manzoni pubblicato sulla Critica di Croce, arrivò a dire che il vero innamorato di Lucia non è Renzo, ma sarei io...
Nell’allegria di un premio in onore del Manzoni, penso che si possano dire queste cose allegre.
Questo Manzoni! Lo scrittore del quale tutti vorremmo essere scolari. Ma non è così facile essere scolari del Manzoni, e di quel suo sapientissimo «pensarci su», di quel suo mondo morale e artistico, di quella sua difficile facilità.
È sempre lecito tuttavia essere suoi lettori, per imparare da lui la modestia del vivere e (se c’è questo vizio) dello scrivere.

Il mio ringraziamento si fa più commosso, pensando che il premio prende il nome da Cecchi: un nome che fa puro anche un premio letterario.
Noi tutti — gente che legge, gente che scrive — l’abbiamo onorato come un severo e prudente maestro di critica letteraria, di civiltà letteraria, di umanità. Abituato dal suo tormento interiore ad affrontare i problemi, non ad aggirarli, Cecchi ci ha aiutato a risolverli: “il problema Pascoli”, “il problema D’Annunzio”, e i minori (per restare nel campo delle lettere italiane). Sì che la critica venuta dopo, su quegli autori non so cos’abbia avuto da correggere; so che poco ha avuto da aggiungere, a meno di voler illustrare il superfluo.
Ma io ho un particolare motivo di ricordare Emilio Cecchi: sono uno degli ultimi testimoni della sua generazione. Noi veniamo insieme da lontano; Lui, come produttore e operatore di critica severa e costruttiva; io come semplice consumatore di letteratura.
E mi riporta al primo e al secondo decennio del ‘900, uno dei momenti più fervidi e ricchi delle nostre Lettere: così ricchi da rinnovare anche il gusto del vivere.
Ecco, io mi ritrovo a Cesena coi miei ventiquattro anni, che il sole di Romagna faceva più belli. Vivi erano ancora il Pascoli, il D’Annunzio; e il Croce dalla sua rivista s’imponeva maestro di critica nuova. Accanto a lui esplose, per così dire, una passione di critica in cui eccelleva la gloriosa triade: Cecchi, Borgese, Serra; un blocco critico che più compatto e valoroso, pur nelle diverse fisionomie, forse, non fu più visto: per forza d’ingegno, sensibilità, gusto umanistico, finezza di penetrazione. Fu allora e per opera loro, che si illimpidì il concetto di poesia e il concetto di critica, attuato sulla pelle del Pascoli e del D’Annunzio, poeti che più si prestavano a testimoniare il frammentismo. Ma questi sono capitoli di storia già scritti.
Ma vogliamo accennare al particolare contributo di Cecchi a quell’illimpidimento; di Cecchi che proprio nella sua prima fioritura, affermando — tra acerbezze e durezze espressive — la sua autentica natura critica e la passione di esercitarla, contro il frammentismo dei vociani — eretici per troppo amore di purezza —, manifestò una sua etica: che anche la bellezza deve avere un suo fondamento morale.
Poi sappiamo gli sviluppi che ha avuto, i risultati stupendi, attuando il suo splendido destino di auscultatore di poesia che lo fa poeta, artista; con tanta età da fare in tempo a dir tutto.
Ma quel giovane Cecchi, preso sul vivo della sua colonna di giornale, nel suo discorso, con quel suono già autentico d’allora..., può solo recuperarlo chi ha la mia età, chi viene da lontano.
E forse è proprio per essere io uno dei pochi testimoni di quella generazione che la Giuria mi ha assegnato il premio.
Più che un uomo, si è voluto premiare un’età.
E anche di questo, grazie.




ENRICO FALQUI A CESARE ANGELINI

[Roma] 19 aprile ’68
via Lovanio, 1


Mio carissimo don Angelini,

sono contento di avere, per quanto ho potuto, contribuito a far onorare con il premio «Emilio Cecchi», riservato alla critica, il lungo lavoro da lei compiuto durante l’intera vita. Nulla più di un richiamo, ma onorevole, perché meritato e perché disinteressato. Sono atti che ci ripagano di tante rinunzie e di tanti cedimenti. Non era sopportabile che un Angelini, presentandosi l’occasione dei capitoli manzoniani [C. Angelini, Capitoli sul Manzoni vecchi e nuovi, Mondadori, 1966, ndr], non ricevesse l’omaggio di una commissione di cui, con me, fanno parte: Baldacci, Bo, Bocelli, Cibotto, Gallo, Macchia, Marabini, Pampaloni, Spagnoletti, Vigorelli. La consegna del premio avverrà l’11 maggio in Bolsena. E saremo tutti lì ad applaudire il «nostro» Angelini. Saremo tutti uniti a ringraziarla dell’esempio datoci. Così avessimo saputo approfittarne meglio, anche se alla fine non siamo tra i peggiori e difatti tanto più spettava a noi di renderle omaggio.
Dunque, l’aspettiamo e l’aspetto. È un piacere, una soddisfazione cui non potrei rinunziare senza grave rincrescimento e tutta la cerimonia ne patirebbe irrimediabilmente. Dunque arrivederci.
[...]

il suo aff.mo
Falqui


***

CESARE ANGELINI A ENRICO FALQUI

Pavia, Via Luigi Porta 14
20 maggio ’68


Caro Falqui,

spero che il «premio Cecchi» di quest’anno non le abbia procurato nessuna noia né all’interno della Giuria né fuori. Senza offendere nessuno, in un mondo bisbetico come il “nostro”, ne può sempre nascere il sospetto. Mi spiacerebbe troppo per lei e per il suo cuore celeste.
Sullo sfondo di Bolsena (le sono grato di avermi dato l’occasione di vedere quel misterioso Castello e il suo lago arcaico, dove il tempo nutrendosi ancora di memorie di lucumoni e cardinali e papi, par tuttavia conservare una patina di fiaba) ho sorpreso Falqui sul vivo, nella gioia di una buona azione che aggiunge umanità e valore alla sua pagina, al libro. Falqui, commosso regista d’una ‘cerimonia’ e moderatore d’un convito che era festa dell’amicizia e partecipazione alla Letteratura.
Le dirò che mi ha fatto piacere incontrarci il figlio di Cecchi, la cui presenza dava autenticità alla cerimonia; e Macchia e Praz. Che se Macchia era lì in veste — diremo — di giudice, Praz era proprio venuto per farci festa. Gli scriverò. E la Spaziani, e Cibotto, e De Libero.
E la Manzini; che quella sera tra tutti noi rappresentava la parte più nobile e viva della poesia, continuando un “tempo innamorato”.
Le scriverò, e non solo per ringraziarla d’essersi fermata al mio tavolino: un trovarsi più vicini a spezzare insieme il pane quotidiano.
[...]
Grazie di tutto caro Falqui, e mi abbia

suo obbligatissimo Angelini

Al principe del Drago [Sindaco di Bolsena, ndr] ho scritto ringraziandolo di tutta l’ospitalità, in quell’evocativo lume di torce e di candele.


[da Cesare Angelini, I doni della vita. Lettere 1913-1976, a cura di Angelo Stella e Anna Modena, Rusconi, Milano, 1985]




VEDI ANCHE

 Giovanni Macchia, “Un castello di fiaba per Cesare Angelini”