In Cesare Angelini, Questa mia Bassa (e altre terre),
All’Insegna del Pesce d’Oro, Milano, 1971
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una via di Assisi (anni ’50)
Una luna tonda avvolge d’aria incantata la città, colmando di silenzio la contrada di San Francesco, che dalla piazza maggiore scende alla Basilica. Un passo sul selciato scocca un improvviso dialogo, rapidissimo.
Lui (dalla strada): — Buona notte, Bellezza. Lei (dal balcone): — Bellezza, buona notte.
Il passo s’allontana, cadenzato. I cieli tornano improvvisamente trovadorici, in una cortesia che s’intona col clima spontaneo di Assisi. Sono pure i balconi e le finestre a cui salivano serenate, al tempo di Francesco e di Chiara. Le intonava Bernardo Quintavalle, il re dei versi, squillandoli con una voce che tremava sulle dolci parole. La città vaniva nel plenilunio.
Qui, uno è subito preso di lui, da lui, il capo spirituale della città, una «presenza» che abbatte: il soprannaturale penetrato nel naturale, insostenibile quasi alla nostra misura. Ma è una prima impressione che passa: perché anche il credere, qui, è un modo familiare; più che un intendere, è un amare. È la teologia dell’amore che costruisce agevolmente in noi quello che non potrebbe una logica che esaudisse i problemi della mente. È la novità d’Assisi e il beneficio del Santo; il quale ci ha insegnato che più giova parlare a Dio che parlare di Dio. Parlare di Dio è del teologo che sillogizza e spesso non ama; parlare a Dio è dell’anima innamorata. E allora si capisce che vivere in Assisi è un privilegio e, naturalmente, una responsabilità.
Dev’essere stato Cecchi a dire che la collina di Assisi è la nostra Delfi. E non era cultura, ma alta suggestione religiosa che gli faceva dire così. Come nell’antica Delfi (prima che essicasse in mitologia) in Assisi si respira una magica aura di rinnovamento, un soffio innocente di origini religiose dove ognuno viene a prendere il suo oracolo. Abbiamo sentita questa verità molto naturalmente, come una nuova bontà che si comunica a tutti, da qualunque parte vengano e da qualunque Credo. Bontà che in terra d’Umbria può chiamarsi, senza sospetto di inzuccheramento, la nuova gentilezza del Cristo.
Uscite pure dalle porte d’Assisi e dilungatevi per la valle spoletana a visitare Spoleto, Foligno, Gubbio, Spello, Montefalco, Todi... Vi sentite sempre dentro il reliquario d’Assisi; non è altro che che un voltar pagina, pagine di Fioretti. Anche Perugia, la capitale, è in soggezione davanti ad Assisi.
Il senso estatico e irrimediabilmente mistico della città è sollecitato dalle iscrizioni latine che si inseguono sui portali di pietra simile a pergamena accartocciata: — In Domino confido. Deo et tibi. Spes mea in Domino. Un senso di adorare Dio in spirito e verità; un vivere la vita rivestita della nostra fede e della nostra speranza.
In Assisi è nato Properzio; ne è oriundo il Metastasio... Notiziette che si pescano nella memoria non senza qualche sforzo e meraviglia. Qui domina lui, lui solo, il capo spirituale della città.
Sul taccuino d’una ignota pellegrina che voleva una parola come ricordo, ho scritto: «Ci siamo conosciuti in Assisi». Modestia a parte, m’è parsa la più bella tessera di riconoscimento che potessimo scambiarci. È enorme il valore di questa collina, se pensiamo che da qui è partita la più alta rivelazione umana: la cordialità delle cose, la loro vicinanza e parentela con noi. Francesco ha approfondito o, forse meglio, esteso, il senso della Redenzione. Se Cristo ha redento gli uomini, Francesco (qualcuno deve averlo detto) ha redento le cose, le «creature», inventando per esse un nome che le chiama a vivere su un medesimo piano di umanità: sorella acqua, fratello vento, fratello fuoco... Anche il sole, altissimo. Quanti poeti l’avevano celebrato e, tutt’al più — come nelle religioni iranico-egiziane — ne avevano fatto un dio. Con Francesco, il sole diventa nostro fratello, frate sole. E che anche il corpo non sia più il nemico dell’anima ma il suo compagno di via, è conquista tutt’altro che trascurabile, capace di approfondimenti sostanziali, vitali, su cui Francesco s’incontra col teologo Tommaso: spiritus creatus indiget corporeo sollatio. E poiché in Assisi anche la grammatica si fa poesia e fede, chissà se dopo tante discussioni, riusciremo a metterci d’accordo sul per del Cantico: «Laudato sii, mi Signore, per...» Insomma, se la paroletta ha valore casuale o strumentale; se vuol dire che Dio è lodato dalle sue creature (complemento d’agente) o nelle sue creature, a causa delle sue creature (complemento di causa). Da Sabatier a Salvadori, a Misciattelli, a Foscolo Benedetto, a De Robertis, se n’è discusso senza litigio, con carità francescana. Ma chi tenga presente il temperamento di Francesco, sereno goditore di bellezze naturali (insomma, poeta), sente nel per un valore casuale: dice che si tratta non di creature lodanti che è piuttosto liturgia, ma di creature lodate che è fede. E Il cantico assume un valore non meno corale e più intimo, gustoso, quasi che le creature siano più ricche di Dio. L’elogio di Dio, non fatto dalle sue creature, ma nelle sue creature, è elogio più alto; è un riconoscere ciò che in esse c’è di divino. E dice un’altra cosa più grande: che Francesco nel mondo ha rivelato Dio ma non l’ha distaccato dalle sue creature. Un altro spirito mistico non italiano (diciamo il grandissimo Plotino) si sarebbe chiuso in una trascendente e isolata contemplazione di Dio, immoto, immobile. Francesco vede Dio nelle creature, scaturite da Dio. Anche il vento è usciito da Dio. Anche l’acqua e il fiore e il ramo sono usciti da Dio. E il Cantico, che pare tutto aperto sull’esterno — sull’acqua, sul vento, sul sole — ha invece tutta l’interiorità di una Imitatio Christi; una profondità metafisica che non turba la sua lirica purità. Simile alla serenità razionale che scorre sotto la Somma di Tommaso, ma corretta da un tono di ingenuità evangelica, purificata e rischiarata nel cuore. «Quivi è perfetta letizia». E dicendo questa parola, Francesco ne ha fatto un dono ad Assisi, per sempre; le ha fatto la dote. Ha aperto un fonte. Né diminuisce con l’incessante accorrervi delle folle; anzi, aumenta. Ne partecipa anche il pellegrino d’oggi che, scendendo dalla collina, si volta indietro a ringraziare. Assisi, Assisi... Ora Dante ci avverte: — Chi vuol parlare di questo luogo, non dica Ascesi, ché direbbe corto. Dica Oriente. Sgomenta questa sua sensibilità storica. Vivere quasi gomito a gomito con Francesco, e presentirne la gigantesca santità, con l’amplissima, universale novità del messaggio.
Dal 1946 Angelini partecipa in Assisi ai corsi religiosi della Pro Civitate Christiana, insieme ad altri studiosi, tra i quali, Giovanni Papini, Antonio Baldini, Silvio D'Amico, Daniel Rops, Piero Bargellini, Nazareno Fabbretti, Michele Saponaro; ai corsi, fino agli anni ’60, Angelini torna puntualmente di anno in anno; Assisi è una meta prediletta del sacerdote pavese.
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in Assisi anni ’40
sul verso della fotografia
autografo di Cesare Angelini
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sul verso della fotografia
autografo di Cesare Angelini
CESARE ANGELINI
SALUTO AI MAESTRI PERDUTI
In Cesare Angelini, I discorsi di Assisi,
Bignami, Milano, 1973
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Cesare Angelini in Assisi
Cari Amici,
ieri sera, risalendo la collina nell’ora che Assisi accende la luna sulle sue basiliche e sul fresco buio delle sue piazze quiete nel lungo silenzio della valle spoletana, la mente riandava ai Corsi dei primi anni, 1946-47-48-49, quando le adunanze si tenevano ancora nel modesto «Teatro Metastasio»; e ritrovava i volti di cari corsisti che ora, per quanto mi guardi attorno, non si vedono più. Dov’è don Carlo? il fratello silenzioso, che nella meditazione e nella preghiera, preparava queste «settimane di studi cristiani» in cui fermamente credeva, perché fermamente credeva nella Pro Civitate; nella quale, precorrendo i tempi, vedeva un pulpito ecumenico da cui lo Spirito avrebbe soffiato sempre più animosamente sui fedeli e sugli infedeli, sui fratelli uniti e sui fratelli separati. Perché questa è sempre stata l’atmosfera dei Corsi, intesi a comporre in terra umbra il canto dell’amore cristiano che converte anche le fonti del Clitunno in fonti pasquali. Dov’è monsignor De Santis? il buon vescovo di Todi che sapeva cantare come il poeta della sua città: «Bello è, e cortesia — impazzir per il Messia». Assistente dei Corsi, faceva le sue felici improvvisazioni con quella sua voce allegra e l’animo già invaso dal vento delle aperture giovannee. Ma non erano mai improvvisate le parole di un uomo che ogni giorno meditava e viveva la divina verità. Anch’egli, alla chiamata di Dio, ha buttato il pastorale e la vita per entrare nella casa dei più. E dove sono i valentuomini che in quei giorni rappresentavano tra noi l’eccellenze delle lettere, dell’arte, del diritto, delle scienze sacre e profane? Giovanni Papini, Antonio Baldini, Silvio D’Amico, Guido Manacorda, Francesco Carneluti, Francesco Severi, l’accademico francese Daniel Rops, e altri e altri. Il cuore che li ricorda, è un lungo cimitero pieno di croci: ma ricordarli qui, è un atto di umana gratitudine per i lumi e gli esempi che ci hanno lasciato. Ogni anno tornavano quassù, umili corsisti tra umili corsisti, a recitare il Credo, a respirare nel vento cattolico del Credo, robustoso e forte «nella eternità del suo latino» — Credo in Deum Patrem omnipotentem... Credo in Iesum Christum, filium eius unigenitum... Credo in Spiritum Sanctum... Credo ecclesiam sanctam catholicam et apostolicam... E qui le parole si incontravano con l’oggetto vivente, dico in quei vescovi, quegli arcivescovi, in quei cardinali, sempre presenti, dei quali due diventati papi. Non dico che le verità cristiane aumentassero di valore per la presenza di quei valentuomini; ma la loro presenza diventava un valore apologetico, perché la persuasione di tali maestri di sapere e di scienza ha sempre un suo inevitabile peso nella nostra esperienza religiosa. Credevano anche per noi; e i Corsi erano atti di fede, come erano giorni di festa.
quest’anno, al Corso, ci ho trovato meno cardinali e meno ministri (anche meno vescovi); ma ho l’impressione di averci trovato più Spirito Santo. Quei tuoi volontari, quelle tue volontarie, dovresti farli parlare un po’ di più: essi ne sono sinceramente pieni. Sai quanti desiderano di sentirli, più degli “oratori”? Stando tra la folla (dov’è sempre il mio posto vero) ne ho avuto la prova. E tu, dopo, nemmeno li ringrazi, e nemmeno ci lasci il tempo di ringraziarli con un più lungo battimani... E poi — il punto più alto del Corso — quei padri di Taizé¹, belli come figure uscite dagli affreschi del Beato Angelico; e, forse, già di quei “Santi” a cui si sarebbe rivolto volentieri S. Paolo: «salutatemi i santi della Chiesa di Taizé...»². Anche l’Archimandrita doveva pure difendere i diritti di San Basilio..., e io gli do ragione. Poi le note nuove della “tavola rotonda”, genialissima. Bravo don Giovanni! è stato un corso tutto nuovo e colmo. Lo ricorderò a lungo. E grazie della bella ospitalità cristiana, nel refettorio dove credo che per molti si potrà dire sinceramente: «In fractione panis cognoverunt eum»³. Perché il pane, dopo “quella Cena”, è sempre una presenza eucaristica: pane come mezzo di conoscenza. Io non so mai toccare il pane, senza sentirmi almeno in Emmaus. Di tutto ti sono infinitamente grato. E credimi, con un abbraccio,
il tuo Angelini “pauper et humilis”.
1. Monastero ecumenico della Francia, fondato dal monaco protestante Roger Schutz.
2. L’espressione è ricalcata sulla conclusione della lettera di san Paolo ai Filippesi (Fil. 4,21-22; cfr. anche 2 Cor. 13,12).
3. Citazione a memoria da Lc. 24,35.
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[da Cesare Angelini, I doni della vita. Lettere 1913-1976, a cura di Angelo Stella e Anna Modena, Rusconi, Milano, 1985]