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GIACOMO DEBENEDETTI

DUE LETTERE A CESARE ANGELINI


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Giacomo Debenedetti


Torino, 12 gennaio 1922


Caro Signore,

Ella è una delle poche persone delle quali io vagheggio per davvero l’amicizia. Un’amicizia da Lelio: proprio di quelle buone, su cui era costume un tempo scrivere dialoghi e dissertazioni attaccandosi magari ai teoremi dei sapienti. Ma soprattutto vorrei tutte le care consuetudini che tali amicizie dovevano trarre seco: ritrovi a ore contente, discorsi riposati e dolci.
Ella ha così bene inteso l’animo nostro! E il desiderio che abbiamo di vera intimità etica: cioè di una vera ricchezza di contenuto umano. Vorrei che parlassimo insieme di certi Autori: ci troveremmo, forse, vicini alla maniera di leggerli, rilevandone il valore sentimentale e il potere di riconoscere e di mostrare taluni aspetti della vita. Questa di cui parlo è, a parer mio, anche l’attitudine più tipica della nostra coltura: che reagisce alla volontà sistematica e mutilatrice delle scuole che ci hanno preceduto: meno scolastica e più desiderio di adesione al particolare. Vorrò anzi, sulla Rivista, illustrare ed analizzare queste vedute che, per me, sono programmatiche.
Mi permetta, caro Amico, di insistere per la Sua collaborazione. Trafughi per noi una parte del tributo che Ella offre, con tanta cordialità, agli altri suoi amici.
Le ho fatti spedire i nn. 3 e 6. Fra giorni, poi, Ella avrà il volume delle Canzonette di Saba: e guardi se può scriverne qualcosa. Grazie dell’assegno; naturalmente l’aiuto è tanto più caro in quanto viene da buon itenditore.
Con vero affetto mi creda dev.

Giacomo Debenedetti


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15 gennaio ’923


Carissimo Amico,

ho tanto atteso a risponderVi, per tema che le varie occasioni che mi si presentavano non fossero abbastanza propizie e non mi lasciassero dirVi agiatamente quel che volevo. Ora penso che si tratta sopratutto di un concentrato affetto che ho per Voi — e di una tenera riconoscenza; e, dunque, spero che il tono medesimo di ogni parola ch’io sia per rivolgerVi, basti a rendervene certo. Quanto a me, sono geloso di questa amicizia nuova e già tanto sicura: geloso perfino con me stesso e mi basta, a volte, di pensare fugacemente alla consolazione che già me n’è venuta, e me ne viene tuttavia, e me ne verrà. È la mia ricchezza; che mi converrà nascondere nell’angolo più riposto di casa mia. Perché non me la vedano e non me la profanino questi disturbatori, questi fastidiosi occhialuti che mi vengono, qualche volta, intorno. Ma son cose tristi e cattive; da non parlarne con Voi, che siete tanto indulgente con tutti, e sapete, per ciascuno, trovare un’amorevole giustificazione.
Questa sera, che la mezzanotte — già vicina — sta per portarmi via, l’ho passata tutta in conversazione con Voi: e pensavo che la Vostra indulgenza — che sa d’essere indulgente e pertanto non è illusa — non sia l’unica arma ed anche l’unica ragione che resti ad un critico per militare in questi tempi di Letteratura stenta. Nomi... libri... ma gli uomini? Vedete se tra i nuovi, tra quelli che oggi lavorano e sono in pieno fiore, vedete se Vi riesce di trovarne uno che sostenga le sue parole e i suoi libri con una vita, voglio dire con una biografia, che sia — non dico esemplare, imitabile, edificante — ma anche solo interessante. Vedete se ce n’è uno, uno solo, che abbia dato alla sua opera una ragione comunque profonda ed eterna. Voi mi capite bene; ché, se mi permettete, debbo dirVi che mi pare di scoprire anche in Voi un turbamento, uno smarrimento che non è dissimile dal mio. E, allora, lasciate che V’aggiunga che io sento di andare evolvendo verso forme che saranno, forse, meno pure: ma che sono quasi certamente — «se il desir non erra» — più sostanziose e costruttive. Una critica che sarà (grossa parola!) demiurgica; o, almeno, mettiamo, in breve senso pedagogica. L’augurio di poesia che ricambio con pari amore a Voi, che siete del tutto degno e puro, mi riporta a certe speranze ben determinate di felicità espressiva. Sono più che mai innamorato di Stendhal e se sapessi farmi una bandiera io che, in fondo sono spaventosamente timido – scriverei, su quella, la parola: «introspezione». Ditemi, non avete anche Voi speranza in queste strade? Oso confidarVi un segretissimo progetto che vagheggio: di scrivere una storia della letteratura italiana movimentata, sfacciata, unilaterale e nuova che vorrei intitolare Storia del romanzo italiano. Non so se e come riuscirò: né tanto meno quando; ma, se ci arriverà di incontrarci — e sarà, spero, prestissimo — m’azzarderò ad esporVi qualche pensiero che vengo facendo sul Petrarca e sulla tradizione che, dipartendosi da lui, innerva i più bei momenti e le più belle fioriture della nostra storia letteraria. Buttati così alla rinfusa e appena accennati in superficie, questi sogni prenderanno ai Vostri occhi non so che mostruoso aspetto. Ma lasciatemi un poco di fiducia; ché non mi sono ancora del tutto imbarcato coi prepotenti manipolatori di formule, né ho intenzione di disputare il terreno a quelli che, nella vicenda delle lettere, cioè della più casta e naturalmente incorruttibile tra le operazioni umane, vedono catastrofi geologiche, rivoluzioni di continenti, e improvvise, insperabili saldature di istmi.
Avevo in mente di ristampare il mio saggio su Saba tra i volumetti di una collezione di “contemporanei”; ora sottopongo, per consiglio, il mio progetto a Voi che con tanta amica franchezza mi avete parlato di quelle pagine.
Grazie per i cari e graditissimi fascicoli della “Voce”. E permettetemi che, con sempre più convinta devozione, Vi abbraccio.
Vostro


Debenedetti



[Da AA.VV., Cesare Angelini nel tempo delle amicizie, a cura di Angelo Stella, Università di Pavia, 1996. Lettere pubblicate a cura di Anna Modena.]